Stili

Se si va sul sito della casa editrice Quodlibet dedicato ad un saggio di critica letteraria, Senza trauma, di Daniele Giglioli, si trova elencata una serie di articoli a recensione. Solo l’ultimo, di Andrea Scarabelli, tocca incidentalmente il punto centrale del mio presente post: l’assenza di alcuna menzione al New Italian Epic. Scarabelli si limita ad affermare, parenteticamente, che “colpisce il silenzio sul New Italian Epic da essi [Wu Ming] teorizzato”. Lodevole, ma pusillanime, dato che non si esprime al riguardo. Io credo che il saggio in questione sia invece un lavoro cialtrone. Proprio per quella omissione, tutt’altro che marginale, come una collazione anche solo cursoria suggerisce.

“Eraldo Affinati, Niccolò Ammaniti, Silvia Ballestra, […] Simona Vinci, Wu Ming…  Cosa li accomuna, loro e tanti altri che avremmo potuto nominare? Quasi nulla. Sono contemporanei. Operano negli anni zero. […] A parte questo sono diversissimi tra loro per formazione culturale, orizzonti ideologici, universi stilistici. […] Eppure esiste tra le opere [corsivo mio, MV] di questi autori una somiglianza di famiglia, una rete di affinità, una postura condivisa, un repertorio di atteggiamenti – più che di idee o di soluzioni espressive – che chiameremo in mancanza di meglio la scrittura dell’estremo. Definire di che si tratta non è facile…” (ST, 11-12).

Ora si confronti la citazione supra con questo passaggio:

“Nelle lettere italiane sta accadendo qualcosa. Parlo del convergere in un’unica – ancorché vasta – nebulosa narrativa di parecchi scrittori, molti dei quali sono in viaggio almeno dai primi anni Novanta. In genere scrivono romanzi, ma non disdegnano puntate nella saggistica e in altri reami, e a volte producono “oggetti narrativi non-identificati”. Diversi loro libri sono divenuti best-seller e/o long-seller in Italia e altri paesi. Non formano una generazione in senso anagrafico, perché hanno età diverse, ma sono una generazione letteraria: condividono segmenti di poetiche, brandelli di mappe mentali e un desiderio feroce che ogni volta li riporta agli archivi, o per strada, o dove archivi e strada coincidono. Se un’espressione discutibile e discutenda come “New Italian Epic” ha un merito, è quello di produrre una sorta di campo elettrostatico e attirare a sé opere in apparenza difformi, ma che hanno affinità profonde. Ho scritto “opere”, non “autori”, perchè il New Italian Epic riguarda più le prime dei secondi. Difatti, ciascuno di questi autori ha scritto – e scrive – anche libri che non rientrano nella definizione. Chi sono questi scrittori, da dove vengono?” (New Italian Epic, 10-11)

Certo, non sono le stesse parole, ma solo gli studenti zotici e/o superficiali dimenticano il dizionario dei sinonimi e contrari quando “attingono” ad opere altrui. Del resto, l’autore non-collettivo sembra dimenticare spesso (vezzo italianissimo) di citare opere e pagine, come quando ci informa che lui tratta di”scrittura, e non stile, forma o genere [a differenza di quanto afferma Wu Ming (corsivo e quadra miei, MV)]” (ST, 12-13) seguendo l’insegnamento di Roland Barthes: dove? Ne Il grado zero della scrittura. Pagina? Arrangiamoci, non ce lo dice. Però, dice [Giglioli che dice] Barthes, a differenza dello stile, “la scrittura […] è piuttosto il risultato di una presa di posizione, è il luogo – scrive Barthes – di un «impegno» e di una «libertà», è la «scelta di un comportamento umano» […]. Lingua e stile sono «due forze cieche; la scrittura è un atto di solidarietà storica» che lega la parola dello scrittore «alla vasta Storia degli altri».” (ST, 13) Anche questa parafrasi riecheggia New Italian Epic: “In queste narrazioni c’è un calore, o comunque una presa di posizione e assunzione di responsabilità, che le traghetta oltre la playfulness obbligatoria del passato recente, oltre la strizzata d’occhio compulsiva, oltre la rivendicazione del “non prendersi sul serio” come unica linea di condotta. […] L’importante è recuperare un’etica del narrare dopo anni di gioco forzoso.” (NIE, 23-24) Altra occasione mancata. Ci sarebbe da menzionare le coppie allegoria vs. simbolo (WM) e realtà vs Reale (DG), assonanti. Oppure frasi come: “Gli stessi autori attraversano più generi, e così i loro testi” (ST, 28), parafrasi concisa della già citata “Parlo del convergere in un’unica – ancorché vasta – nebulosa narrativa di parecchi scrittori, molti dei quali sono in viaggio almeno dai primi anni Novanta. In genere scrivono romanzi, ma non disdegnano puntate nella saggistica e in altri reami, e a volte producono “oggetti narrativi non-identificati;” (NIE). Ineffabili calchi come: “Gli eroi della nuova narrativa di genere sono raramente tali, almeno nell’azione” (ST, 30); si confronti con: “L’eroe [neo-]epico, quando c’è, non è al centro di tutto, ma influisce sull’azione in modo sghembo” (NIE, 31). Ci sarebbe da citare l’attenzione delle opere al linguaggio, che in ST deve fare in modo “che il lettore non si perda, non si distragga dalla storia” (34), mentre in NIE Wu Ming affermava che “Molti di questi libri sono sperimentali anche dal punto di vista stilistico e linguistico, ma la sperimentazione non si nota […] si tratta di una sperimentazione dissimulata” (37, corsivo mio, MV). E mi fermerei qua, per quanto riguarda questa storia, perché annoia questo esercizio.

Anzi, aggiungo solo un’altra cosa. Giglioli parrebbe avere uno stile preciso. Nel 1999, in collaborazione con F. Bertoni, Giglioli pubblicò Quindici episodi del romanzo italiano (1881-1923). Nella bibliografia non v’era traccia di un saggio uscito nel 1995 a firma Paolo Getrevi, dal titolo L’incerta favola del personaggio. 1881-1923: il romanzo italiano (Edizioni dell’Orso).

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