Intellettuali

Intellettuali. Chi sono? Cosa fanno? Da dove vengono? Ma soprattutto perché sembra che non se ne trovi mai uno quando se ne ha bisogno? Esagerazioni, ovviamente. Quella sul ruolo degli intellettuali è una discussione che esce ogni qualvolta lo ZeitGeist di una certa frazione temporale appare particolarmente compromesso, l’opinione pubblica frastornata, oppure disarmata e impreparata al cospetto delle nuove (nel senso di appena formatesi) emergenze storiche. Ovviamente, si tratta di una polemica che appartiene solo alla società moderna, cioè alla società che ha visto la nascita della borghesia (come dice Asor Rosa nel libro-intervista Il grande silenzio. Intervista sugli intellettuali, a cura di Simonetta Fiori) uscito per i tipi di Laterza nel 2009. È la presenza di una articolata società civile, appunto occorsa nei secoli industrializzati, a dar luogo al bisogno – ed alla sua soddisfazione – di una opinione pubblica che intervenga, e prenda posizione su temi politici, etici, religiosi. Erroneamente, questa stessa opinione pubblica lamenta l’incapacità di questo ceto selezionato – l’intellettualità – di corregger le storture storiche dei padroni del vapore. Mai successo. Come non esiste una età dell’oro dell’umanità, così non ne esiste una in cui gli intellettuali abbiano stornato devastazioni, corretto nequizie, risanato stati. Al massimo, sono stati utili, gli intellettuali, un tempo. Ma ora c’è la televisione, che, come dice ancora Asor Rosa, “è un grande intellettuale collettivo, persuasore di massa, con una strumentazione e un radicamento enormemente più allargati rispetto a quelli del più tradizionale maître à penser; essa supera agevolmente tutte le barriere costituite dall’analfabetismo, dall’assenza di cultura e perfino dalle differenze politiche e ideologiche(Il grande silenzio, 95). Considerare l’intellighenzia una indivisa entità può contribuire a peggiorare la comprensione del ruolo sociale che gli individuali componenti del gruppo hanno giocato nelle rispettive scadenze storiche, oltre che a far lievitare aspettative e dunque a indurre più dolorose illusioni. Ad esempio, libri come Spettatori di un naufragio. Gli intellettuali italiani nella Seconda guerra mondiale di Raffaele Liucci, uscito lo scorso anno per Einaudi consentono a giornalisti come Pierluigi Battista di poter finalmente iscriversi ad un filone collettivo dignitoso (immagino, dopo aver atteso invano qualche compagno di viaggio tra il culturame contemporaneo): quello degli intellettuali che hanno disertato l’impegno civile. L’editorialista del Corriere si toglie qualche sassolino nei confronti “dei conformisti di destra e […] di sinistra” (“Da Buzzati a Flaiano autori senza ideologia”, Il Corriere della Sera, 11 luglio 2011), aggregandosi a quegli “autentici eroi culturali” (PB scripsit) che, coraggiosi come leoni, hanno avuto la forza di “dire di no, non riconoscere [ai conformisti, that is] alcun titolo, trattarli da usurpatori, occupanti abusivi del discorso pubblico, soldatini ridicoli di una guerra ridicola. Che sdottoreggiano su un’Idea, senza averne nemmeno una.”

Molto più interessante, e meno ideologico, il tentativo che sta mettendo in atto Rino Genovese sul blog letterario “Le Parole e le Cose” il quale, a “puntate,” come un feuilletonista d’antan (sia detto con tutto il rispetto), affronta “Il destino dell’intellettuale” (titolo dei suoi molteplici post). In attesa di vedere come va a finire (Genovese in un commento ha paventato l’ipotesi della stesura di una ventina di post, siamo a quattro ad oggi, 21 gennaio 2012), sfatiamo una volta per tutte l’idea che gli intellettuali abbiano il compito di salvare il mondo. Già è molto se non ne giustificano la barbarie dilagante.

Un Commento

  1. Pingback: alleg(o)ria di naufragi « parlacoimuri

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