Resultanze in merito alle aspettative di un candidato in italianistica

Sono arrivato a Berkeley alla fine luglio del 2003, per iniziare il mio Ph.D. nella prestigiosa Università della California. Ero in borsa di studio, quel primo, anno, dunque mi pagavano – non molto, ma era uno stipendio sufficiente per vivere qui – solo per andare a lezione: cosa inaudita, dalle nostre (italiane) parti. La biblioteca apriva alle 9 di mattina, io arrivavo con calma, verso le 8:30, entravo al Free Speech Movement Cafè, prendevo un croissant e un espresso (terribile, come lo è tutt’ora), e mi mettevo fuori sul terrazzo, per una decina di minuti. Facevo due cose, principalmente: basking in the glow and relax. Mi ripetevo come ero fortunato, nonostante tutte le scelte che avevo fatto in passato, ad avere questa opportunità, e mi godevo il panorama del campus vuoto, addormentato, che si stiracchiava prima di iniziare la propria formicolante giornata. Pensavo sarei diventato un accademico, non molti anni dopo. Oggi, circa nove anni sono passati, e non ne sono affatto sicuro, anzi, ogni giorno sembra negare un po’ di più le aspettative di quel mv più inesperto e irrealisticamente, parrebbe,  fiducioso nel sol dell’avvenire.

[qua ci dovrei mettere la mia geremiade sul lavoro che non c’è, sul crescente numero di dottorand* in fuga dall’Italia, e sulle raccomandazioni [che qua si chiamano internal candidacies] che riducono di molto la possibilità di prender  quel poco di lavoro che c’è: ma me le risparmio, e le risparmio anche ai miei 2,5 lettori/lettrici]

Stamattina, mi son ritrovato nella stessa situazione di quel lontano autunno 2003, in anticipo rispetto all’apertura della biblioteca, col mio espresso e (stavolta) Morning bun, sulla terrazza del Free Speech Movement Cafè. E ho pensato a queste cose appena messe sul foglio elettronico. Ho pensato che se, per una posizione alla Quinnipiac University (con tutto il rispetto per chi ci lavora, chiaramente) c’erano 140 applications, la situazione è veramente dura. Nos dannati sumus, allora è vero?

Non lo so. Sono ancora qui, il Free Speech Movement Cafè lavora ancora, la Doe Library è sempre il paradiso di chi fa ricerca. Come [dice Jameson che] dice Deleuze: né speranza né disperazione, ma nuove armi!

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