Lo Storico e il Galoppino

Per capire la differenza tra una persona seria e una penna prezzolata. Per conoscere gli eventi e dare un calcio alle falsità. Per continuare a resistere, per continuare a ricordare, e per Rosario Bentivegna, venuto a mancare oggi, 2 aprile 2012.

Copertina
Bentivegna Rosario
Via Rasella La storia mistificata
Carteggio con Bruno Vespa Introduzione di Sergio Luzzatto2006 pp.120 15,00 €

Nel suo libro Storia d’Italia da Mussolini a Berlusconi, Bruno Vespa dedica un brano all’agguato partigiano di Via Rasella, accusando gli autori di aver commesso un gesto inutile e contrario alle ragioni stesse della resistenza. In questo rigoroso pamphlet, e nello scambio di missive con Bruno Vespa, Rosario Bentivegna, uno dei protagonisti di quell’azione, evidenzia le omissioni, le distorsioni e le false informazioni sulla base delle quali il noto giornalista formula il suo giudizio. Il volume ricostruisce sinteticamente la verità sull’attacco partigiano di Via Rasella, sulla base di documenti e accertate acquisizioni storiografiche, mettendo in luce il carattere ideologico e forzato di tante “revisioni” mediatiche della storia italiana tra il fascismo e la Resistenza. Nel carteggio, Bentivegna e Vespa polemizzano argomentando le rispettive posizioni.

INTRODUZIONE
Sergio Luzzatto

Bruno Vespa non si accontenta, con la trasmissione «Porta a porta», di tenere semi-quotidiana compagnia ai nottambuli del Belpaese. Verso la fine di ogni anno, pensa bene di offrire a tutti gli italiani – ai dormiglioni come ai tiratardi – qualcosa come un libro-strenna da regalarsi a Natale. Così, per una manciata di euro i più devoti fra gli aficionados possono disporre, fra i variopinti pacchetti sotto l’albero, di una versione rilegata del brunovespismo televisivo.
I titoli dei volumi firmati da Vespa fra il 1994 e il 2001, cioè fra il primo e il secondo governo Berlusconi, sono istruttivi in se stessi: bastano da soli a testimoniare – oltreché ovvie esigenze di richiamo commerciale – una certa maniera di pensare la storia dell’Italia contemporanea. Il cambio (1994), Il duello (1995), La svolta (1996), La sfida (1997), La corsa (1998), Dieci anni che hanno sconvolto l’Italia (1999), Scontro finale (2000), La scossa (2001): presi uno per uno, i titoli dei libri di Vespa scandiscono ogni volta un presunto momento epocale, quando non suggeriscono un’emergenza nazionale o addirittura una crisi rivoluzionaria. Presi in serie, viceversa, essi alludono alla consolante evidenza per cui più tutto cambia, più tutto è la stessa cosa… Se poi si guarda ai titoli delle ultime due strenne, la Storia d’Italia da Mussolini a Berlusconi (2004) e Vincitori e vinti (2005), si scopre come l’ambizione dell’autore non si limiti più alla volontà, propria di un giornalista, di raccontare il presente in un modo più disteso di quanto lo consenta la stampa quotidiana o periodica. Da un anno a questa parte, Bruno Vespa ha voluto aggiungere al proprio un secondo mestiere: si è messo in testa di parlare agli italiani da storico. E a giudicare dai numeri delle vendite, in molti gli hanno riconosciuto le carte in regola per farlo.
La bandella di copertina dell’ultima fatica di Vespa è altrettanto parlante del suo titolo. In poche decine di righe, è dato a qualsiasi lettore raziocinante di sospettare non soltanto la penosa inconsistenza storiografica di Vincitori e vinti, ma anche la sua insidiosa valenza ideologica. L’inconsistenza storiografica: la bandella vanta come «poderosa» la documentazione su cui il libro sarebbe fondato; dietro verifica, si scopre come questa non consista in una fonte d’archivio che sia una, bensì in un centinaio di volumi indifferentemente di storia o di memoria, autorevoli o improbabili, di qualità o di paccottiglia. La valenza ideologica: fin dalla prima riga, la bandella propone la tesi pelosamente buonista secondo cui l’«odio è un fiume carsico»; cioè propina la bufala – di matrice berlusconiana – di una storia dell’Italia contemporanea come guerra civile permanente, dal fascismo alla Resistenza e dalla Resistenza ai giorni nostri. Quanto al sottotitolo del volume, Le stagioni dell’odio dalle leggi razziali a Prodi e Berlusconi, sfonda le porte del cattivo gusto per suggerire che la legislazione antiebraica del 1938 e l’attuale lotta politica della sinistra contro la destra facciano parte di un’unica vicenda, la storia degli italiani che odiano altri italiani.
Non si rischia granché a prevedere che il destino dell’ultimo capolavoro somiglierà a quello dei volumi che l’hanno preceduto, nella collana Mondadori intitolata nientepopodimeno che «I libri di Bruno Vespa». Dopo avere scalato le classifiche dei titoli più venduti alla vigilia del Natale, Vincitori e vinti finirà rapidamente dimenticato, inscaffalato, inutile: dall’Epifania in poi, a nessun recensore (e probabilmente a nessun lettore) verrà più in mente di interrogarsi sul suo contenuto. Quanto agli storici di mestiere, ormai abituati a operazioni di uso pubblico del passato del genere di quelle care a Bruno Vespa o a Giampaolo Pansa – la guerra di liberazione come una carneficina altrettanto sanguinolenta che gratuita; gli eccidi perpetrati dai neri ampiamente compensati da quelli perpetrati dai rossi; il delitto Gentile contro il delitto Rosselli, i fratelli Govoni contro i fratelli Cervi, il «triangolo della morte» emiliano contro la Resistenza sulle montagne, eccetera –, pochi fra loro avranno il coraggio di prendere in mano Vincitori e vinti e di guardarci dentro, magari per riflettere intorno ai guasti morali e civili di una storia raccontata dai dilettanti.
A partire dall’inverno 2006, nessuno più si ricorderà di quanto pure era sembrato, nell’autunno 2005, così importante da meritare al libro di Vespa «in uscita» i lanci delle agenzie e i titoloni dei giornali. Né qualcuno si prenderà la pena di denunciare il malcostume culturale di un paese dove le vicende della nostra storia contemporanea, anche le più delicate, vengono trattate con la leggerezza dello scoop ferragostano di un rotocalco popolare. Un paese dove tutti, ma proprio tutti gli opinion-makers – i giornalisti bravi come gli scarsi, i politici progressisti come i reazionari, gli intellettuali a ricarica come quelli a gettone – si sentono in diritto e quasi in dovere di commentare le «anticipazioni» su quello che Berlusconi ha detto a Vespa sui caduti di Nassiriya, o su quello che D’Alema ha detto a Vespa su piazzale Loreto… Un paese cioè dove non solo gli ignoranti, ma anche i colti riconoscono al giornalista Bruno Vespa le carte in regola per esercitare il suo nuovo mestiere, a cui nulla lo ha preparato e in cui è totalmente incapace: il mestiere di storico.

* * *

Durante l’inverno del 2005, almeno un lettore della Storia d’Italia da Mussolini a Berlusconi ebbe ragione di non dimenticare il libro-strenna di Vespa nel breve volgere di qualche settimana. Questo lettore era un personaggio del libro stesso, menzionato dall’autore alle pagine 21 e 22. Era un ex combattente della Resistenza, gappista a Roma e poi partigiano in montagna, due volte decorato al valore militare, comunista allora e per il resto della sua vita. Questo lettore era – è – Rosario Bentivegna. Il quale figura nei libri di storia soprattutto per avere fatto parte del commando che il 23 marzo 1944 pose una bomba in via Rasella, uccidendo al passaggio trentatré militari delle forze d’occupazione germaniche: l’attentato cui seguì, l’indomani, la strage nazifascista delle Fosse Ardeatine. Sorpreso, deluso, indignato di riconoscere nelle due paginette di Vespa tutti (o quasi tutti) i luoghi comuni che per sessant’anni hanno alimentato una leggenda nera dell’attentato di via Rasella, alla vigilia di Natale del 2004 Bentivegna scrisse all’autore della Storia d’Italia da Mussolini a Berlusconi, per chiedergli di rettificare una presentazione degli eventi che l’ex partigiano giudicava inesatta, oltreché lesiva della sua reputazione. Da qui l’intrecciarsi di una corrispondenza privata che, con il consenso di Vespa, Bentivegna ha deciso ora di rendere pubblica.
Il gappista contro l’anchorman: davanti a questi due personaggi, lo storico di mestiere è chiamato a svestire – almeno in prima battuta – i panni di cittadino della Repubblica, che può avere le sue buone ragioni per preferire il più vecchio al più giovane, il più oscuro al più famoso, il più genuino al più sfuggente. Inoltre, lo storico deve rifuggire dalla tentazione di considerare il partigiano più attendibile del giornalista per il solo fatto che l’uno c’era, in via Rasella, mentre l’altro non sarebbe venuto al mondo che due mesi dopo: deve ricordarsi che la memoria può ingannare non meno di certa storia. In ogni caso, prima ancora di essersi tolto la maschera (dicendo chiaro e tondo che il suo cuore di cittadino batte per il gappista molto più per l’anchorman), lo storico di mestiere ha il dovere di sottolineare l’impressionante pochezza di Bruno Vespa “storico” di via Rasella e delle Fosse Ardeatine. E ha il dovere di riconoscere, viceversa, la sorprendente lucidità di Rosario Bentivegna come “storico” di se stesso.
Nella dozzina di lettere che si sono scambiati fra il dicembre 2004 e il giugno 2005, i due corrispondenti mettono in scena un pirandelliano gioco delle parti, ma invertito di segno e di senso. Il Personaggio cerca di sottrarsi alla propria soggettività, si sforza di ricostruire gli eventi romani del 23-24 marzo 1944 in una maniera che vorrebbe essere obiettiva; l’Autore cerca di ricacciarlo indietro, vuole rinchiuderlo nella gabbia del passato con argomenti che pertengono alla memoria, alla politica, alla morale, a tutto fuorché alla storia. Ne risulta un dialogo fra sordi. E non già per motivi banalmente generazionali, né per cause esclusivamente ideologiche. Il dialogo è fra sordi anzitutto per motivi epistemologici: perché i due corrispondenti non condividono un’idea comune di che cosa significhi ricostruire il passato. L’uno, Bentivegna, prova a farlo con gli strumenti della storiografia, e spesso ci riesce; l’altro, Vespa, finge di volerlo fare, e non ci riesce mai.

* * *

Nella sua Storia d’Italia da Mussolini a Berlusconi, il giornalista ha rimproverato al partigiano di «non essersi consegnato» dopo l’attentato di via Rasella, «nonostante l’avvertimento scritto sui manifesti fatti affiggere dal comando tedesco», che minacciavano una durissima rappresaglia. Bentivegna ha buon gioco nel replicare a Vespa che quella dei manifesti affissi dai tedeschi è un’autentica leggenda, smentita sia da varie sentenze processuali, sia da un libro di storia particolarmente serio e autorevole. Scritto da Alessandro Portelli e pubblicato dall’editore Donzelli nel 1999, fin dal suo titolo – L’ordine è già stato eseguito – questo libro si era proposto di dimostrare, fra l’altro, l’inesistenza di qualsiasi annuncio della rappresaglia da parte germanica. Da subito dopo la sua uscita, il volume di Portelli era stato accolto dalla critica come lo studio più importante che mai fosse stato scritto su via Rasella e sulle Fosse Ardeatine. Dei suoi meriti si erano accorti in molti, anche al di fuori della cerchia ristretta degli storici: compresi i giurati del premio Viareggio, che quell’anno gli avevano attribuito il massimo riconoscimento nella sezione della saggistica. Niente da fare: nell’anno di grazia 2004, un imperterrito Bruno Vespa ha potuto scrivere la sua paginetta sull’attentato del 23 marzo senza neppure accorgersi che la favola dei manifesti tedeschi era ormai altrettanto credibile che la favola della Befana nel camino.
Come altri lettori, Bentivegna ha avuto ragione di trovare «splendido» il libro di Portelli anche perché questo si fonda sopra un uso esemplare delle cosiddette fonti orali. Per scrivere L’ordine è già stato eseguito, l’autore ha intervistato varie centinaia di romani (d’origine o d’adozione): protagonisti e comprimari, sopravvissuti e discendenti del dramma uno e bino di via Rasella e delle Fosse Ardeatine. Ne è nato un libro corale, che racconta – con i concreti svolgimenti della storia – gli obliqui percorsi della memoria. E ne è riecheggiato un coro dissonante, poiché le memorie di un medesimo passato sono sempre plurali: oltre mezzo secolo dopo, ci sono quasi altrettante vie Rasella che persone in grado di ricordarsene… Travestendosi da storico, Bruno Vespa non ha ritenuto opportuno né di leggere Portelli, né di impratichirsi con la metodologia delle fonti orali. La sua gola profonda per ricostruire il passato è quella di un unico romano, ma d’eccellenza: Giulio Andreotti.
È davvero stupefacente la nonchalance con cui Vespa ha potuto sostenere che il giudizio di un Alcide De Gasperi sull’attentato di via Rasella «fu negativo», perché… così gli ha detto Andreotti. Quest’ultimo gli ha spiegato anche come l’attentato venne compiuto «contro il parere del Cln, che non aveva autorizzato azioni militari contro gli occupanti»: dixit un ex presidente del Consiglio, e il principe dei giornalisti nostrani ha creduto necessario di prenderlo alla lettera. Così, Bentivegna non fatica a sbugiardare Vespa con argomenti talmente cogenti da apparire imbarazzanti per la loro ovvietà. In cuor suo De Gasperi giudicò severamente l’azione di via Rasella? Forse, commenta oggi il partigiano che nel 1944, travestito da netturbino, aveva innescato l’ordigno mortale. Ma allora perché, nel 1950, proprio De Gasperi insignì Rosario Bentivegna (e il suo comandante nei Gap romani, Franco Calamandrei) di una medaglia d’argento al valor militare, «particolarmente» per quanto da loro compiuto «nell’Urbe» il 23 marzo 1944? Il Comitato di liberazione nazionale vietò qualsiasi azione militare contro gli occupanti tedeschi? Ma dove, ma come, ma quando?, chiede Bentivegna a Vespa. E gli ricorda un comunicato del Cln datato 28 marzo, nel quale l’operazione di via Rasella fu rivendicata come un «atto di guerra» di «patrioti italiani».
Altre volte, le repliche di Bentivegna agli strafalcioni storiografici di Vespa non riescono così trionfanti da apparire quasi banali; al contrario, rappresentano un contributo originale a una riflessione la più seria possibile intorno all’uso pubblico di via Rasella e delle Fosse Ardeatine. Tale appare il ragionamento dell’ex partigiano sopra una questione terminologica rispetto alla quale – d’altronde – sarebbe ingiusto muovere rimprovero al solo Bruno Vespa: l’abitudine invalsa di definire «rappresaglie» certe stragi perpetrate dai nazifascisti nel 1944, a Roma o a Marzabotto, a Civitella in Val di Chiana o a Sant’Anna di Stazzema. Come se davvero, per qualificare tali eventi, non esistessero altre parole che quelle tratte dal vocabolario dei carnefici. E come se impiegare la terminologia degli aguzzini non rischiasse di legittimarne la logica, suggerendo l’esistenza di una correlazione diretta fra l’attentato quale causa efficiente e l’eccidio quale risposta necessaria.
«Rappresaglia» non è tuttavia il più fuorviante fra i termini comunemente utilizzati – anche qui, da Vespa come da altri – in riferimento ai caduti delle Fosse Ardeatine. Il vocabolo che bisognerebbe maneggiare con un massimo di cautela, riguardo ai 335 uomini prelevati dai tedeschi a Regina Coeli e in via Tasso e assassinati con un colpo alla nuca presso una cava di pozzolana, è all’apparenza il più innocente e il più solidale: è il termine «vittime». Parola per eccellenza, mot-fétiche di questa nostra età grondante di un pietismo moralmente indifferenziato quanto politicamente untuoso. Mentre bisognerebbe pur dire che i 335 caduti delle Fosse Ardeatine non erano vittime nell’accezione generica della parola: agnelli sacrificali immolati a una divinità. A parte gli ebrei incarcerati per la mera loro condizione di israeliti, quegli uomini erano dei combattenti, che il 24 marzo si trovavano nelle prigioni di Roma in quanto nemici dell’occupante nazista e del collaboratore saloino. Dunque, erano resistenti: cioè appartenevano allo stesso genere di Rosario Bentivegna. Sicché occorre tutto il buonismo – zuccheroso quanto ipocrita – del Bruno Vespa di turno, per intenerirsi sulla sorte delle 335 vittime innocenti, dando addosso a presunti colpevoli come Bentivegna: i quali altro non erano che i loro compagni di lotta, e avrebbero ben potuto trovarsi al loro posto.

* * *

Quello fra Bentivegna e Vespa è un dialogo fra sordi per ragioni anzitutto epistemologiche: perché il gappista sa di che cosa sta parlando, l’anchorman non lo sa. Bentivegna ne esce trionfante non già per esserci stato, in via Rasella, né per avervi fatto la cosa giusta (il che rimane materia d’opinione). Ne esce trionfante perché, quasi sempre, discute di storia con le parole e con gli argomenti degli storici; mentre Vespa discetta per sentito dire, imbratta carta senza avere studiato sui libri.
Nondimeno, sarebbe riduttivo interpretare le incomprensioni epistolari fra Bentivegna e Vespa come niente più che un equivoco sullo statuto disciplinare della storia o sul metodo di amministrazione delle prove. Di là dai toni cortesi che pure improntano la loro corrispondenza, il gappista e l’anchorman fanno scintille perché li separa tutto un modo di sentirsi cittadini e, al limite, di essere italiani. Bentivegna rivendica la propria idea di cittadinanza come militanza, e allude a una propria idea di italianità come appartenenza programmaticamente antifascista, se non proprio comunista. Vespa si orienta nel passato alla stessa maniera in cui si muove nel presente: dando un colpo al cerchio e uno alla botte, inchinandosi ora a destra ora a sinistra per galleggiare sempre e comunque sull’oceano delle storie.
C’è un luogo della corrispondenza dove questa diversità “esistenziale” si manifesta con particolare chiarezza: è quando Vespa – invitato da Bentivegna a non descrivere l’attentato di via Rasella come l’alzata d’ingegno di un singolo comunista travestito da netturbino – si impegna per il futuro a sottolineare che il gappista aveva agito insieme ad altri compagni, dietro l’impulso di un alto dirigente nazionale del Pci com’era Giorgio Amendola. Premuroso, Vespa aggiunge: «Tutto questo, caro Professore, per togliere dalle sue sole spalle il peso e la responsabilità di quanto è avvenuto e per distribuirlo anche a un livello politico e militare più elevato». Fiero, Bentivegna gli risponde fugando ogni dubbio intorno al presunto suo desiderio di togliersi un peso dalle spalle:

Caro Dottor Vespa,
evidentemente non siamo fatti per intenderci. […] Io ero in Via Rasella perché volevo esserci e sono orgoglioso di esserci stato, sono i fascisti e i nazisti a nascondersi dietro il dito degli ordini ricevuti. […]
L’attacco di Via Rasella non è stato realizzato da un «cane sciolto» ma dal più agguerrito ed efficiente reparto militare della Resistenza romana, i Gap centrali garibaldini sotto la guida di Giorgio Amendola, della Giunta militare del Cln, di Carlo Salinari, Antonello Trombadori e Franco Calamandrei. Abbiamo riportato perdite gravissime (90% degli effettivi) ma, dall’ottobre 1943 alla fine dell’aprile 1944, quando per un tradimento quasi tutti i membri dell’organizzazione furono catturati, abbiamo inflitto perdite pesanti ai nazisti tedeschi e ai collaborazionisti italiani. E vuole che non sia orgoglioso di aver fatto parte di questa vicenda? Ma se lei parla di «gesto di Bentivegna» ogni cosa si trasforma in una confusa narrazione degli eventi.

Questa pagina basterebbe da sola per rendere civilmente preziosa la pubblicazione della corrispondenza privata fra Rosario Bentivegna e Bruno Vespa. In effetti, non capita spesso di assistere, nell’Italia del ventunesimo secolo, a uno spettacolo altrettanto illustrativo della posta che è in gioco quando si discute della nostra storia novecentesca. Ecco qui un vecchio partigiano, ormai fra gli ultimi sopravvissuti della guerra di liberazione, che leva la voce per contestare a un figlio della Repubblica «nata dalla Resistenza» il diritto di denunciarlo come un irresponsabile bombarolo (anzi, come un consapevole terrorista). Ecco un eroe della guerra civile il quale, rifiutando l’invito a cospargersi il capo con la cenere, apertamente difende la funzione storica della violenza come levatrice di progresso. E chi legge – se appena appena possiede una qualche familiarità con la storia francese di metà Ottocento – fatica a non confrontare tale scena con un’altra: quella dei vecchi giacobini accusati di terrorismo dalla generazione stessa dei loro figli. Uomini stanchi ma alteri, che raccoglievano le forze residue per ricordare ai posteri come la libertà da questi goduta fosse stata conquistata a carissimo prezzo: rischiando la vita e facendola rischiare, uccidendo i nemici della Repubblica e rimanendone uccisi.
Al climax del discorso epistolare di Bentivegna corrisponde l’anticlimax della replica di Vespa, burocratica nella forma e liquidatoria nella sostanza. Invano l’ex partigiano gli ha ricordato come la «certezza della rappresaglia» germanica, dopo l’attentato del 23 marzo 1944, fosse stata esclusa da numerose sentenze processuali del dopoguerra («ecco quindi che fra Via Rasella e le Fosse Ardeatine non c’è alcun filo conseguenziale, come invece sostenuto dalla storiografia revisionista»). Dopo avere «confronta[to] la [sua] posizione con quella dell’ufficio legale della Mondadori» («che la condivide in pieno»), Vespa chiude la porta: «Nel libro si dedicano poche righe alla vicenda di Via Rasella e non c’è alcuna ragione di riportarsi alle vicende giudiziarie».

* * *

La quarantina di righe dedicate a via Rasella e alle Fosse Ardeatine dalla Storia d’Italia da Mussolini a Berlusconi sono divenute circa duecentocinquanta in Vincitori e vinti: nel suo secondo libro-strenna da “storico”, Bruno Vespa ha indugiato sulla vicenda da p. 239 a p. 245.
Menzionando esplicitamente la corrispondenza scambiata nel frattempo con Bentivegna, il giornalista ha riconosciuto le ragioni del partigiano «su un solo punto»: la vexata quaestio dei manifesti tedeschi che avrebbero invitato gli attentatori di via Rasella a consegnarsi al Comando germanico, pena una dura rappresaglia. Invece – ha ammesso Vespa – «la rappresaglia fu immediata e segreta, e gli attentatori la conobbero, come tutti, a eccidio avvenuto». Per il resto, nel momento in cui pure ha scelto di ampliare la propria analisi sugli eventi del 23-24 marzo 1944, Vespa non ha ritenuto di concedere null’altro alle argomentazioni di Bentivegna. Né ha pensato bene di allargare il raggio delle sue letture, magari scoprendo l’esistenza dello studio magistrale di Alessandro Portelli. Il risultato è prevedibile, e sconsolante. Le sette pagine di “storia” vergate da Vespa nel 2005 sono, se possibile, ancora più inconsistenti (e più indecenti) delle due paginette da lui partorite nel 2004.
Cominciamo con l’indecenza, e accontentiamoci di un unico esempio. Abbiamo visto come, secondo la versione di Bentivegna, la medaglia d’argento da lui ricevuta nel 1950 rappresentasse la prova che il democristiano Alcide De Gasperi non giudicava poi così severamente l’azione militare compiuta dai comunisti nel 1944. In Vincitori e vinti, Vespa conferma però la tesi della contrarietà di De Gasperi, affidandosi una volta di più – sic et simpliciter – alla testimonianza della sua gola profonda: «Andreotti insiste nella sua versione». Ma ora Vespa fa di più (e di peggio) che riscrivere la storia per sentito dire: trucca le carte del passato, o quanto meno le imbroglia fino a renderle inservibili. Ammette infatti che «De Gasperi propose per [Bentivegna] la concessione di una medaglia d’argento» (si noti la scelta del verbo: propose). Aggiunge che «la vicenda alzò un polverone all’interno degli stessi reduci della Resistenza, al punto che un partigiano fiorentino minacciò di riconsegnare la propria medaglia se ne fosse stata consegnata una ai protagonisti di via Rasella» (si noti il modo verbale, al congiuntivo: se fosse stata). Senonché Vespa non chiarisce affatto, con verbi all’indicativo, che nel 1950 Bentivegna fu effettivamente decorato della medaglia (e Franco Calamandrei con lui): per giunta, con una motivazione che richiamava proprio il merito dell’azione militare da loro compiuta nella Roma del 23 marzo 1944. Così, il fiducioso lettore viene menato per il naso dal malfido autore di Vincitori e vinti.
Accontentiamoci di un unico esempio anche per documentare la rinnovata inconsistenza di Bruno Vespa “storico”. A quanto sembra, nel corso del 2005 il giornalista è stato colto dalla curiosità di meglio conoscere l’identità dei 33 militari uccisi dai partigiani in via Rasella. Ha scoperto così quanto avrebbe dovuto già sapere, poiché l’informazione figura in ogni studio serio al riguardo : i 33 “tedeschi” dell’XI compagnia del III battaglione dello SS Polizeiregiment Bozen erano, in realtà, degli italiani; più esattamente, come suggeriva il nome stesso del reggimento, erano altoatesini. Cioè, poverini, erano nostri connazionali… Più cruciale ancora Vespa ritiene il dato relativo all’età media della compagnia colpita dall’ordigno innescato da Bentivegna: 33 anni. «I caduti avevano tra i 26 e i 42 anni. Nel reparto, quindi, c’erano anche dei cinquantenni, o giù di lì». Parlando di loro come di «vecchi» e di «padri di famiglia», un testimone dell’esplosione aveva dunque esagerato, «ma solo fino a un certo punto». In ogni caso – conclude Vespa dopo questi calcoli anagrafici – «la tesi di un’azione militare contro un reparto scelto e spavaldo di SS ne esce notevolmente ridimensionata».
Sottoscrivere un’affermazione del genere equivale a non avere imparato nulla, ma proprio nulla, dalla storiografia internazionale dell’ultimo quindicennio. Se soltanto Bruno Vespa fosse abbastanza informato da avere letto il libro ormai classico di Christopher R. Browning, Uomini comuni (Einaudi 1995), saprebbe che l’età anagrafica dei militari combattenti per Hitler non ebbe alcun rapporto con la maggiore o minore ferocia delle azioni da loro intraprese sul campo. Saprebbe che non solo le ordinarie misure di polizia nelle città dell’Europa occupata, ma le azioni di accerchiamento e di rastrellamento dei partigiani sulle montagne, la deportazione dei prigionieri politici e gli eccidi delle popolazioni civili, financo le varie operazioni destinate alla «Soluzione finale del problema ebraico», furono compiute da anziani come da giovani, dalla truppa come dagli ufficiali, da soldati come da riservisti, dalla Wehrmacht come dalle SS. Se avesse letto Browning (o qualunque altro studioso accreditato in materia), Vespa saprebbe inoltre che gli «uomini comuni» originari del Terzo Reich trovarono zelanti alleati di carneficina in uomini comuni delle nazionalità più varie: lituani e polacchi, ungheresi e croati, altoatesini e italiani. Se poi avesse letto sino in fondo un saggio che pure egli cita, specificamente dedicato alla storia del Polizeiregiment Bozen, Vespa saprebbe che dopo la liberazione di Roma da parte anglo-americana e il ripiegamento tedesco verso il Nord, gli effettivi del III battaglione sopravvissuti all’attentato di via Rasella si impegnarono in un’intensiva attività antipartigiana, da Firenze alla Val di Susa e dalla Valsugana al Cadore. Erano forse padri di famiglia, ma sapevano rastrellare, torturare, giustiziare.
Naturalmente, quella di Vespa non è pura e semplice incultura. Oltre all’ignoranza, la sua ricetta “storiografica” comprende altri ingredienti, a cominciare dall’astuzia. Per limitarsi al caso del Polizeiregiment Bozen, risulta evidente come una presentazione lacrimevole dei 33 altoatesini uccisi in via Rasella quali cisalpine e stagionate «reclute coatte» sia funzionale a una rappresentazione peggiorativa della lotta gappistica quale inutile spargimento di sangue. «A che serviva decimare un battaglione che non era certo formato dalle truppe scelte di Reder?», si chiede Vespa. È una domanda retorica, che presuppone la risposta: non serviva a niente. E la risposta comporta – impliciti, ma non troppo – due corollari gravi. Primo: i partigiani comunisti, i vari Bentivegna o Calamandrei, combattevano la Resistenza come una fiera delle crudeltà. Secondo: quanti cadevano sotto i loro colpi, se pure indossavano un’uniforme tedesca, erano comunque delle vittime.
Lungi dall’appartenere esclusivamente alla logica argomentativa di Bruno Vespa, quest’ultima deduzione sostiene oggi il discorso di altri pseudo-maestri di storia dell’Italia contemporanea, il più noto dei quali è Giampaolo Pansa. La regola del gioco è una vittimizzazione generalizzata di chi più drammaticamente fu coinvolto nella nostra guerra civile: degli antifascisti giustiziati alle Fosse Ardeatine come delle SS saltate in aria in via Rasella, dei civili trucidati a Marzabotto come dei gerarchi appesi in piazzale Loreto. Lo scopo del gioco è la banalizzazione retrospettiva dei valori e dei disvalori, dei meriti e delle bassezze, delle ragioni e dei torti. La durata del gioco resta da determinare: ma finché uomini come Rosario Bentivegna conserveranno la forza per opporvisi, uomini come Bruno Vespa faranno bene a non sentirsi la vittoria in tasca.

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