L’aspra stagione


Nel 1991 ebbi la fortuna di assistere ad uno spettacolo straordinario, un allestimento imponente, in una città ed un luogo storico: il Lingotto di Torino. Luca Ronconi, allora direttore del Teatro Stabile del capoluogo piemontese, mise in scena, una scena davvero strabiliante, Gli ultimi giorni dell’umanità, opera-fiume sulla prima guerra mondiale scritta da uno dei più acuti geni d’inizio Novecento: il saggista e giornalista Karl Kraus. Il movimento durava quasi quattro ore. Gli spettatori potevano decidere di assistervi dall’interno, per così dire, oppure da una tribuna laterale da cui si poteva osservare ogni gesto. Ma questo, ovviamente, non era comunque un obiettivo possibile, indipendentemente dal punto di visuale scelto. Troppe cose cose accadevano ad un tempo, entro uno spazio delimitato ma non piccolo. Erano stati installati due binari a distanza di una decina di metri l’uno dall’altro, paralleli, che correvano per una quarantina di metri. Sopra vi si muovevano dei treni carichi di soldati che coprivano entrambe le direzioni da e verso il fronte, verso le trincee. Gli spettatori potevano stare in quei dieci metri x quaranta e guardare. Il movimento era incessante da entrambi i lati, la scena straniante ma non frammentata, e si congelava, per così dire, solo al momento in cui due personaggi, l’ottimista e il criticone, venivano portati su alti scranni moventi, tra le due linee, in mezzo al pubblico, dove si affrontavano dialetticamente. A Karl Kraus si attribuisce l’identificazione col “criticone”.

Leggere L’aspra stagione (di T. De Lorenzis e M. Favale, Einaudi 2012) mi ha riportato a quel Karl Kraus di Ronconi, per varie ragioni. È la storia degli ultimi anni di vita del giornalista Carlo Rivolta, dalla seconda metà degli anni Settanta ai primi Ottanta, che non riuscì ad attraversare. L’utilizzo di testi autentici per stendere parti dell’opera (in Kraus pare sia circa il 50%, molto meno nell’aspra stagione, ovvio) è solo la più banalmente palese, seppur significativa. È soprattutto la coesistenza, nella rappresentazione e nella narrazione, di eventi che non si potrebbero seguire con un solo colpo d’occhio, e nonostante ciò felicemente ricercati e mostrati nel loro accadere, a richiamare l’esperienza del Lingotto. È, finalmente, lo squarcio storico-narrativo, da un punto di vista obliquo, sui complicati anni che hanno più profondamente determinato l’attuale momento storico e culturale, a prendere il centro del palcoscenico narrativo, un centro che sta, come in quel detto zen, lungo tutta la circonferenza, altrettanto esibita, per quanto possibile in un oggetto narrativo. Se, pubblicati sul quotidiano emergente su scala nazionale “La Repubblica”, i pezzi di Rivolta potevano arrivare al centro, era perché l’autore si muoveva sapientemente e senza pause nella circonferenza, alla ricerca “di episodi di «resistenza»” (L’aspra stagione, 234), come fanno De Lorenzis e Favale, del resto, come fa L’aspra stagione.

La storia di Carlo Rivolta e di quei drammatici anni, riorganizzata dagli autori optando per la rottura della consueta progressiva cronologia, indebolisce la storia dei vincitori e mostra un’apertura ad un senso forse non ancora cercato con altrettanta determinazione da altri. Che sia il cronista, un outsider, non importa di quale momento nel secolo, a rifiutare l’interpretazione politica maggioritaria e a continuare a cercare una via d’uscita, suona come una condanna dell’incapacità  delle istituzioni irrigidite nella loro ragion di stato, la cui via di sbocco parrebbe ancora rimanere la pace conseguente dalla desertificazione di cui parla Tacito. O dell’ordine di Varsavia. O, ancora, per dirla con Kraus:

OTTIMISTA. Ma forse che le guerre si combattono con la fantasia?

CRITICONE. No, perché se si avesse questa, non si farebbero più quelle.

OTTIMISTA. Perché no?

CRITICONE. Perché in tal caso le suggestioni di una fraseologia che è il residuo di un ideale tramontato non avrebbero la possibilità di annebbiare i cervelli; perché si potrebbero immaginare anche gli orrori più inimmaginabili e si saprebbe in partenza come si fa presto a passare dalla bella frase luminosa e da tutte le bandiere dell’entusiasmo al dolore in uniforme; perché la prospettiva di morire di dissenteria o di farsi congelare i piedi per la patria non mobiliterebbe più alcuna retorica; perché quanto meno si partirebbe con la certezza di pigliarsi i pidocchi per la patria. E perché si saprebbe che l’uomo ha inventato la macchina per esserne dominato e non si supererebbe la follia di averla inventata con l’altra peggiore di farsi ammazzare da essa; perché l’uomo sentirebbe di doversi difendere da un nemico di cui non vede altro che il fumo che sale, e intuirebbe che il fatto di rappresentare la propria fabbrica d’armi non offre sufficiente garanzia contro la merce offerta dalla fabbrica d’armi nemica. Perciò, se si avesse fantasia, si saprebbe che è un delitto esporre la vita al caso, che è peccato svilire la morte al livello della casualità, che è follia fabbricar corazzate quando si costruiscono torpediniere per affondarle, costruire mortai quando per difendersi si scavano trincee dove è perduto soltanto chi mette fuori la testa per primo, e cacciare in topaie uomini in fuga davanti alle proprie armi, e poi lasciarli in pace soltanto sottoterra. (da http://sonnenbarke.wordpress.com/2009/01/29/gli-ultimi-giorni-dellumanita/)

La fantasia che ha guidato le scelte degli autori de L’aspra stagione ha trovato una forma narrativa che si è liberata di alcuni vincoli convenzionali e di genere (soprattutto legati alla temporalità e all’orizzontalità), e che rappresenta il trauma nazionale lungo un lungo decennio senza dimenticare le microstorie che vi hanno preso parte, la “geografia del terrore” (180) che ne tracciava i confini e le asperità, “l’Italia in bianco e nero” (119) che non ammetteva sfumature. Che invece c’erano. E che furono raccontate, alcune, dalla voce di Carlo Rivolta, e dalla sua vita. E oggi da De Lorenzis e Favale. L’aspra stagione è un’opera tempo che racchiude cifre allegoriche a cui dovremo spesso tornare per cercare le molte scatole ad incastro che si apriranno solo quando avremo deciso di partire “con la certezza di pigliarsi i pidocchi per la patria”.

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