Un romanzo meticcio, profugo, senza fissa dimora: Timira

Timira, di Antar Mohamed e Wu Ming 2, è un lavoro che mette in difficoltà, che non asseconda le pregiudiziali aspettative, che non lusinga chi legge. Abrasivo, pronto all’alterco e allo sprezzo proprio di chi non ha nulla e quindi non può perdere nulla, Timira ti sbatte in faccia le sue rivendicazioni e le sue cicatrici come fossero le sue conquiste sulla condizione disumanizzante di chi si trova sempre in luoghi a cui non appartiene, in un mondo in continuo disfacimento, imperniato sulla violenza e sull’esclusione. Donna, meticcia, con una madre in più del previsto e perciò orfana sin dalla nascita, Timira-Isabella passa attraverso tutte le possibili forche caudine che possano toccare in sorte ad un essere umano su questi ritagli di terra che sono l’Italia e una delle sue colonie ed ex-colonie, la Somalia fascista e poi “socialista” di Siad Barre. Ne esce una ragazza, e poi una donna, che non chiede ma crede di meritare, che non accondiscende ma approfitta, che capisce che usare ed essere usata è una strategia di sopravvivenza, forse non peggiore né migliore di qualsiasi altra, che non si vergogna perciò di avere secondi fini (280). Rincorsa e azzoppata dalle certezze che non ha mai avuto e dalle sicurezze che non avrà mai, Timira, forse inconsapevolmente, mostra al figlio Antar frammenti dello stesso volto che lei scopre nella madre biologica: “Ashkiro Hassan non aveva saputo restituirmi l’affetto che m’ero persa e a cui pensavo di avere diritto. Era una donna spigolosa, mezzo analfabeta, resa scabra dalla vita” (434). Mutatis mutandis (ad esempio, Isabella sfoggia la sua educazione ad ogni pié sospinto, spesso accompagnandola con sarcasmo e malcelato disprezzo, anche nei confronti del figlio), forse ella stessa è stata più spigolosa di quanto volesse, più Medea (da giovane attrice, ha avuto un ruolo da schiava nella rappresentazione teatrale Lunga notte di Medea di Corrado Alvaro) di quanto le sarebbe piaciuto essere: “Nel testo la si chiamava straniera, barbara, fattucchiera, vagabonda, megera, vipera. Sarebbe bastato sostituire «fattucchiera» con «bagascia», per ottenere l’elenco di appellativi che mi ero sentita affibbiare in venticinque anni di esistenza, il più delle volte dalla mia cara mammina [non biologica]” (237). E così si chiude il triangolo matriarcale, il cui vertice più basso, la figlia delle due madri e di nessuna, finisce per ribaltare la figura.

Malgrado Timira sia, come scrivono gli autori, “un romanzo con un preciso punto di vista” (520), quello di Isabella, tale punto di vista è alla costante deriva, incastonato dentro un corpo che a fatica trova un luogo in cui fissare anche solo precaria e temporanea  dimora, nave all’ancòra solo nella propria stiva e sciolta rispetto a qualsiasi altro porto o approdo. Ne risulta, a volte, un senso di smarrimento che la protagonista, al centro di questo labirinto dove nessun segno rimanda a una sola cosa, prova infine a dileguare con l’ausilio di un dizionario. Ma quando hai bisogno di un diario di bordo e di una mappa, un elenco di voci è solo un punto di partenza, non una rotta. Mi ci vorrà ancora del tempo per vedere la cicogna che le peregrinazioni costanti di Isabella hanno di sicuro disegnato, come nel racconto di Karen Blixen. Attendo quell’alba.

  1. maria

    Questo libro ispirato ad una storia vera, riprende particolarmente una storia che ho tracciato nel romanzo che ho pubblicato nel 2010: Speranza, amori e gelosie –
    Narro infatti di un immigrato italiano in Libia in epoca fascista, della guerra e del matrimonio con una ragazza libica, che gli darà una figlia di nome Matilde.
    La ragazza ha una relazione sfortunata con un giovane medico già sposato, quindi dopo i tumulti del 1968 fuggirà a Milano, dove si ritroverà sola, troppo africana e senza denaro. Troverà lavoro come modella e finirà con sposare un mediocre fotografo. Nel periodo di Tangentopoli resta vedova, con gravi problemi economici ed una figlia da tirare su. Solo a distanza di altri trent’anni ritroverà il suo primo amore, e la possibilità di ritornare in Libia per recuperare le radici di un lontano passato.

    Maria Petronio

    • Jomo

      A giudicare dalla trama qui riassunta, non mi sembra che Timira “riprenda” questa storia, anche perché quella di Timira è una storia vera. A parte qualche coincidenza tematica (i destini degli italo-africani hanno tutti punti di contatto), a occhio e croce mi sembra che i due libri siano piuttosto lontani.

  2. Pingback: Speciale #Timira: recensioni, sfondoni, voci alla radio | Giap

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