Anime e non

Di ritorno dalla mia prima visita a Praga, mi trovo di nuovo a riflettere sulla figura di Franz Kafka, sull’uso di Kafka, e su di noi che gli siamo sopravvissuti. Dopo anni durante i quali lo scrittore praghese è stato solamente una figura di sfondo, con sporadici ritorni legati all’interesse per  alcuni suoi scritti (soprattutto “Davanti alla legge”), nell’ultimo anno Kafka è stato argomento di small talks e saltuarie e solitarie considerazioni dovute alla casualità di condividere l’ufficio con una nuova amica impegnata nello studio del geniale e complicato autore di capolavori troppo noti per doverli ricordare qua. Definire “kafkiano” un qualsiasi processo che non comprendiamo — o, meglio, che comprendiamo benissimo quando ne siamo vittime, ma ci fa velo la logica e la raison d’être del processo medesimo —  è ormai luogo comune. Sembra essere il destino e la maledizione di ogni concetto, esperienza, prodotto intellettuale di estremo successo, l’inquadramento e l’addomesticamento da parte del senso comune, così che detto prodotto possa essere masticato, reso oggetto di consumo di massa. E, allo stesso tempo, il successo ne decreta la rigidità, il travisamento, e l’impossibilità da parte di chi lo esperisce a de-lirare, cioè a uscire dal solco tracciato dalla consuetudine. E allora fa bene cambiare prospettiva. Praga è un museo, e Kafka ne è uno dei pezzi più pregiati. A lui è dedicata una scultura che raffigura un piccolo uomo sulle spalle di un altro, vestito nella medesima foggia inizio XX secolo, ma senza testa. Secondo l’interpretazione dello scultore, la statua vorrebbe rappresentare il pensiero di Kafka, la percepita alienazione della sua anima nei confronti dei propri scritti. Non può perciò non venire alla memoria che non è solamente all’autore praghese che noi dovremmo essere grati per averci offerto i suoi capolavori, ma all’amico Max Brod, che trasgredì l’ingiunzione kafkiana (questa richiesta, forse, lo è veramente, “kafkiana” nel senso comune) di bruciare tutti i manoscritti (come è noto, essi sono in gran parte incompiuti, e l’autore non li voleva pubblicati post mortem). Fortunatamente per l’umanità che legge, l’amico disobbedì. E allora kafkiano dovrebbe indicare non un processo incomprensibile, ma una sola, risoluta e irrevocabile decisione  (quale quella di votare per l’ennesimo salvatore della patria, per esempio, quando dovrebbe essere ormai chiaro che le idee e le opere, non le parole, salveranno questa umanità disgraziata, volonterosa e pasticciona quanto un difensore azzurro, una ministra del lavoro, un precario italianista).

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