Il tragico, oggi (cioè, de minimis).

La ricerca sul tragico si è spostata da questioni filosofiche ed estetiche, facenti capo ad Aristotele, com’è facilmente immaginabile, a riflessioni esistenziali ed etiche, occorse nei secoli post-hegeliani. Il sentimento del tragico etico o esistenziale appare nel momento in cui si intuisce una disarmonia non componibile: nel mondo, in noi. Essere l’assassino del proprio padre e lo sposo della propria madre è sopportabile solo fino a quando parte di quelle equazioni non sia svelata, non appaia sotto la luce della conoscenza. Possiamo forse dire che il sapere è tragico? Certo, sembra un luogo comune, ma così parrebbe essere. Cosa ne facciamo, di questa conoscenza, ovviamente dipende da noi.

Attorno a me il mondo sperequa e si squassa, io continuo a vivere e sentire cose che non si accordano tra loro. Come si può rimanere attenti, aperti al mondo e alle sue meraviglie, una volta accertata la propria traiettoria tragica? La pazzia di Nietzsche, l’auto-annientamento, sembrano percorribili vie d’uscita, a fronte di questa condizione.

Poi, per fortuna, comincia la stagione di football, e tragico diventa tifare per una squadra il cui quarterback prenderesti volentieri a calci. Panem et circenses auto-somministrati.

Si procede a cicli. Procede?

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