Stereotipi e cliché

Sport, metafora della vita: quante miliardi di volte è stata ripetuta questa frase? E in quante lingue? A dispetto della ripetitività, la cosa curiosa degli stereotipi è quel loro supplemento inesausto di pertinenza, quella loro capacità ininterrotta di fare il loro mestiere, e cioè di descrivere in una trita eppur pertinente combinazione di pochi termini un vasto e complesso quadro. Lo sport di oggi, se metafora della vita, vive una stagione assai critica. Le regole vengono lasciate in mano ad incompetenti — nel migliore dei casi — o a consapevoli avvoltoi. Il gioco ne risente, i principali protagonisti e chi usufruisce dello “spettacolo” ne paga il prezzo maggiore, non solo perché il risultato sportivo è determinato da circostanze falsate a priori ma anche perché la stessa condizione umana di chi vi partecipa è meno tutelata se chi ha il ruolo di supervisione non è preparato a farlo. E, nel secolo XXI, questo succede perché diritti acquisiti dopo decenni di lotte sociali sono oggi messi sotto attacco a 360 gradi. Fuor di metafora: guardate cosa sta succedendo nel mondo del football americano, la NFL (National Football League). Gli oltraggiosamente ricchi proprietari delle squadre sono in contenzione con il sindacato degli arbitri, i quali hanno deciso di astenersi dal partecipare alle partite. Cosa chiedono gli arbitri, questi terribili 119 part-time mostri? Meno dell’1% dei ricavi totali di tutto il movimento. Il burattino dei proprietari, tal Roger Goodell, presidente della Lega, ha quindi assegnato gli arbitraggi a gruppi di squisitamente qualificati sostituti (tal Craig Ochoa ha, per esempio, arbitrato nella Lingerie Football League: devo tradurre?). Negli States i sindacati, di ogni categoria, sono in trincea da qualche anno, e ora persino quelli sportivi si trovano a fronteggiare attacchi inusitati, inaspettati, e altrettanto vergognosi di quelli subiti dai loro compagni, da parte esattamente di quell’1% che il movimento Occupy ha messo sotto la luce dei riflettori. Le metafore azzeccate non muoiono mai.

PS: Se pensate che l’unico problema “sportivo” sia che tutto quello che può succedere è che un gruppo di energumeni anziché un altro simile si porti a casa il risultato, think again: il football è uno sport violentissimo, che ha un milione di regole disegnate per lo più per proteggere la salute di chi lo pratica: ma se non conosci le regole, cosa proteggi? Non certo gli esseri umani che lo praticano.

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