Point Lenana

E Comici                                                                  Sì, raggiungerò il Monte Kenya. Entrerò nella foresta e cercherò i Mau Mau,  
per combattere insieme a loro.

     Point Lenana, p. 82

 

Non mi paghi signora, ‘No gavemo fato niente, non prendo soldi per così poco’ (PL, 269). Emilio Comici, alpinista, rocciatore, idolatrato dagli amici e dagli appassionati di montagna, non se la sente di farsi pagare per quelle che per lui sono delle semplici passeggiate in montagna, prive di difficoltà per chi è abituato ad aprire nuove vie in parete senza soluzione di continuità. Trasferitosi dal Friuli alla Badia, Emilio Comici fa ‘ombra’ alle guide di Cortina e di Misurina, e vive quasi di stenti, anche per ‘colpa sua’:

‘Dove l’avrà mai imparata, questa noncuranza, un figlio della classe operaia? Uno che si guadagna il pane da quando aveva quindici anni? È un miracolo che sia arrivato a compierne trenta, con quella testa!’ (PL, 269).

No, Emilio è fatto così, non sa speculare, sapendo quanta fatica ci voglia (per lui) a portare a casa soldi non se la sente di alleggerire i portafogli altrui a cuor leggero. Preferisce stentare lui, piuttosto che far tribolare altr* a mettere assieme il pranzo con la cena. Non mi paghi signora, ‘No gavemo fato niente,’ appunto. Il lavoro rende generosi e decorosi chi lo fa.

E ingrettisce e immeschinisce chi non, costoro possono accalappiare il decoro solo al laccio dei danè.

‘E cosí, Mussolini propone a Badoglio di diventare il nuovo governatore di Tripolitania e Cirenaica. Badoglio è propenso ad accettare, ma detta le sue condizioni. In una lettera al duce del 12 settembre 1928, scrive: «Per poter tenere la carica con quel decoro che impone il mio grado, mi sarà corrisposto lo stipendio che io avevo come ambasciatore al Brasile», e chiede «la concessione di un titolo nobiliare estensibile ai figli e riferentesi alla mia azione sul Sabotino.» Detto fatto: Badog£io diventa Marche$e de£ $abotino e si prepara a partire per Tripoli. Secondo Pieri e Rochat, «i suoi guadagni negli anni della Libia passarono le seicentomila lire annue lorde»’ (PL, 249).

Point Lenana è opera che si avvicina all’ipertesto per quanto sia possibile al tradizionale oggettoPL che definiamo libro, anche se queste opere (altrove definite UNO, Unidentified Narrative Object) rispondono solo nella forma esteriore a tale definizione. Se una figura retorica può, seppure approssimativamente, descrivere questo considerevole prodotto letterario steso a quattro mani e assemblato grazie ad innumerevoli voci (le superstiti Benuzzi, i superstiti Balletto, amici e amiche, montanari, carte d’archivio, immagini, etc.), è la mise en abîme. La promiscuità dei generi è ritmata da scelte grafiche e stilistiche (il passaggio al ‘tu’ quando gli autori chiamano in causa Felice Benuzzi, la cui vita è una tra le piscine retoriche entro cui la competizione testuale accade, tra i competitivi generi della storia, del giornalismo e della letteratura, arbitrata dalla meta-narrazione), i già sperimentati wuminghiani salti cronistorici secondo i quali si inizia con la fine, si finisce con una parte centrale delle vicende di Benuzzi, sono strategie che danno luogo ad un effetto foucaultiano, quasi oppressivo, in chi legge, effetto che sembra non lasciarci via di uscita: tutto si rispecchia e contiene, si sta in balìa di un potere invisibile eppure inesorabile, un blues che ci lascia nudi e afasici di fronte allo specchio di una litania di morti, coloro che non sopportarono o che furono travolti: la discesa dalla cima, la guerra, la sopravvivenza, la solitudine, l’ipocrisia:

‘Caro coautore,

nella prima parte del libro abbiamo introdotto Felice e raccontato a grandi linee della «fuga sul Kenya». Nella seconda e nella terza parte abbiamo raccontato i suoi primi trent’anni di vita, rispettando l’ordine cronologico: siamo ripartiti dalla gravidanza di sua madre a Vienna nel ’10 e siamo arrivati al ’39. Negli interludi abbiamo compiuto rapide «incursioni» nel futuro, espediente narrativo che in inglese chiamano foreshadowing: serve a dare spinta propulsiva alla narrazione «in presa diretta». A questo punto, mi piacerebbe eseguire un’altra manovra. Vorrei aggirare il periodo etiope/kenyano di Felice su entrambe le ali, con una manovra a tenaglia tra passato e futuro. In parole povere: prima di raccontare la vita di Felice durante la Seconda guerra mondiale e rivisitare la sua «fuga sul Kenya» alla luce di quanto noi e i lettori abbiamo scoperto, vorrei scrivere una panoramica della sua vita di dopo, dal 1946 al 1988. Se, come diceva quel tale, è l’anatomia dell’uomo la chiave dell’anatomia della scimmia, allora può avere senso procedere a ritroso, risalire la corrente del divenire storico. Sarebbe bello se, al momento di rivisitare insieme a noi la prigionia, l’evasione e la scalata, i lettori sapessero già non soltanto da dove viene Felice, ma anche dove andrà a parare. Forse, collocando esattamente il periodo 1939-46 nella vicenda biografica di quest’uomo, potremo illuminare al meglio l’impresa che ci ha spinti a viaggiare, visitare archivi, incontrare persone, scrivere questa scorribanda nel Novecento italiano e non solo.

Roberto’

Con Point Lenana siamo pienamente in quella ‘scrittura […che] ritorna al passato come si lavora su un trauma: lo isola, lo identifica, e ne traccia il rapporto con il presente’ (G. Benvenuti, Il romanzo neostorico italiano, 89). È un testo foucaltiano, dicevo poc’anzi, in cui al potere che pervade ogni intercapedine va sostituita la disperazione, la crisi, la tragedia e il trauma di un popolo, anzi di tutti i popoli, tragedia e trauma causati dall’uomo (in senso di maschio, quasi senza eccezioni, una se n’è appena andata, the Iron Lady) sui propri Mau Mausimili e sulle proprie dissimili. Ma la scelta della meta-narrazione è volutamente agonista, Mau Mau che sfoggia ribelli dreadlocks e si rifiuta di subire la tirannia della storia vincitrice: benjaminianamente, si può affermare che non ci sia una singola storia narrata in Point Lenana che si rifiuti di prendere posizione contro il fascismo, nei giorni in cui accompagnare l’inerzia di uno sguaiato urlo belluino sembra tanto cool, o smemorata Italia.

In queste settimane di aprile 2013 in cui una coppia di anziani si getta in mare per la disperazione che la crisi ha sparso generosa tra donne e uomini in Italia, seguita a stretto giro di posta dal fratello di lei, leggere queste frasi:

‘Poi racconta dei genitori di Lucio Sala, anch’egli morto a diciott’anni:

Sua madre sperò fino al giugno del ’45; e dopo che il marito fu

ritornato dalla prigionia in India, in una fredda sera di bora sotto

zero del gennaio ’47, presero insieme un taxi e si fecero portare nel

porticciolo di Grignano. Lí, dove avevano vissuto col figlio bambino

i momenti solari di tante estati, si gettarono in mare’

(è il racconto che ne fa Sirovich in Cime irredente, citato alle pagine 516-517 di PL) evoca un senso di eterno ritorno della medesima incapacità, del medesimo errore, della medesima irresponsabilità delle italiche classi dirigenti, in guerra e in pace, che ferisce, istupidisce, e spezza.

Point Lenana non è facile da leggere – meglio: si legge benissimo, ma pretende da noi whirlpooluna carica empatica che si snoda sul confine tra il dolore e la rabbia, e che costa esprimere. L’effetto foucaultiano che ospita tra le righe si espande senza sosta, e assume quello che Sarah Stroumsa, studiosa di Maimonide, chiama il whirlpool effect:

‘when an idea falls, like a drop of color liquid, into the turbulence, it eventually colors the whole body of water. In order to follow the course of these ideas, and to see how a particular thinker contributed to their flow, a full picture must be obtained.’ (Stroumsa, Maimonides and His World, 2009, XIV).

La ‘fotografia completa’ rappresentata da questo esercizio multidiscorsivo dissolve i contorni dell’istantanea statica, si sbarazza della stolida temporalità narrativa. La storia personale di Benuzzi e quella storica della Trieste asburgica e poi impelagata nel Ventennio sono figure di telescoping che, come l’aleph di Borges, esperiscono e riverberano tutto quello che succederà, e, presumibilmente, anche quello che è già successo. Entrambe riproiettano gli affanni delle città e della persone nell’Italia senza arte né parte di inizio ventesimo secolo. Il fascismo vigliacco e becero (l’unico che c’è, sia chiaro), la monarchia, il razzismo, la resistenza, la guerra, la sconfitta, la tragedia sono i fondali di questa ascesa e discesa del monte Kenya che è la vita di chiunque di noi. I personaggi non si contano, ma sono tutti e tutte tra loro intrecciati, come Rita, la nonna del comandante Cienfuegos, co-autore, che non solo presta i libri giusti al nipote, ma è anche stata maestra in casa dei nipotini di quella disgrazia tutta italica di Badoglio, nei secondi anni ’30, dopo che questi era rientrato dalle sue «imprese» in Africa (PL, 324).

Ci si muove in circolo, in Point Lenana (per parte mia, da tempo sospetto che sia così un po’ dappertutto). Alle salite seguono le discese, se ci sembra che alcuni momenti siano più brillanti di altri, che decidano più di altri chi diventeremo, è perché ci illudiamo che la vita sia uno sprint, e il traguardo lì, a portata di colpo di reni. Non lo è: è una maratona estenuante e, a volte, gravosa sino all’insopportabilità. La vita è continuum, non un e-venire estemporaneo e conchiuso.

‘L’alpinismo è l’apoteosi del corpo che si muove «verso su», quindi verso il meglio. Non c’è alpinista che, giunto sulla vetta, non si senta migliore di quando stava «laggiú», sul piano, nel piattume dell’esistenza di ogni giorno. E se in montagna si cade, e si muore, si è comunque caduti in alto, piú in alto del piano’ (PL, 92).

Alla “pulsione utopica” dell’andare “verso su”, dell’allargare lo sguardo, del sentire che un’altra vita è possibile e vivibile (PL, 93) si affiancano le miserie della vita quotidiana, che spesso finiscono in tragedia, alle quali si può resistere, o esistere diversamente. In Point Lenana si ricordano esercizi di antifascismo esistenziale, messi in campo da coloro che pur non prendendo le armi contro il regime, si comportano, esistono in modi diversi da quelli prescritti da Roma, esibendo ‘irriducibilità all’ideologia e alle pratiche del fascismo’ (PL, 454-455).

Non sono la vita e la morte di Felice Benuzzi, a mio avviso, a fornire la cifra allegorica di Point Lenana. Motore e straordinario protagonista dei suoi tempi e delle vicende planetarie (non è un’iperbole, visti i periodi trascorsi in ogni continente del globo), Benuzzi è il canalizzatore dello sguardo obliquo sugli eventi: la sua vita trascorsa vicino alle stanze dei bottoni, nelle vicinanze dei luoghi dove il potere si esercita permette agli autori di allargare la vista sulla storia e sulla società. Ma è Emilio Comici che, sebbene solo sporadicamente tangenziale alla traiettoria benuzziana, costituisce quella goccia colorata che si spande come un mulinello centrifugo, inarrestabile, nella vasca di Point Lenana.

Per capire Emilio Comici bisogna essere stati, e non out of a whim, nel buio quasi immobile di una grotta, dove l’aria è sostituita – o così pare – dall’afa che non ci fa respirare, e poi averla risalita, quella grotta opprimente, su fino alla cima di una montagna scossa con violenza dall’irrequietezza di tutti gli elementi, tanto da perdere una parte di sé, la propria cima. Il 26 luglio 1939, la cresta di Punta Fiames, per una lunghezza di circa cento metri, si stacca, dopo aver emesso due orripilanti fragori, presagio funesto della seconda guerra mondiale alle porte. Comici e l’amico Osiride Brovedani, in discesa proprio sotto di essa, si salvano a malapena. (PL, 458-460)

La falciata della morte dura una ventina di minuti, un traumatico intervallo che prosopopeicamente anticipa e annuncia una tragedia continentale, un trauma che distratti lettori dell’oggi non sanno vedere. Le falciate non cessano mai: si prendono delle pause, naturali, e poi la lama torna a oscillare, staccando nuove teste, nuove vite, nuove cime. Noi ci troviamo esattamente nell’arco di una di queste oscillazioni: la falciata che ha risparmiato i due scalatori allora sta ancora mietendo le sue vittime oggi.

Ma scampare una volta, a riprova di quanto appena affermato, non significa avercela fatta. Affatto. Nel 1940, tradito da un dispositivo che non seppe mantenere quello che prometteva, Comici precipita in un dirupo mentre si esponeva per osservare alcuni amici in ascesa. Il cordino al quale si era appeso era logorato e non resse. Così rischiamo noi, in questo infame secolo XXI, et in saecula saeculorum.

Lo provò Comici, lo sanno i co-autori, e l’aveva capito anche Benuzzi:

‘Una volta giunti in cima, tutto continua a scorrere, la vita prosegue. Prosegue e richiede che le si dia un senso. E darle un senso non è questione di beaux gestes, ma una fatica quotidiana.

E tu volevi realizzarti in un’azione concentrata? Illusione! Esiste

il campo di concentramento, ma non l’azione concentrata! L’azione

che risolve veramente tutto, che realmente guarisce, non esiste. È

un’illusione. Non bisogna domandarle piú di quello che può dare,

all’azione. Farne un’idolatria è folle.

Dopo vent’anni di «culto dell’azione» elevato a religione civile («vitalismo» dozzinale, arditezze spacciate un tanto al chilo, inquadramento paramilitare della gioventú, gerarchi a torso nudo che saltavano nei cerchi di fuoco), dopo la retorica sull’onore della stirpe italica, le avventure coloniali, l’entrata in guerra a fianco di Hitler, il ridicolo e l’ecatombe… Dopo tutto questo, l’unico dato di realtà è il campo di concentramento. In quella fossa di scolo si è andati a finire.’ (PL, 27)

Viandante, la via si fa con l’andare. (A. Machado)

Nel genetliaco del Nocchiero Invisibile. Norman, OK (in Italia sono le 00.08 del 30 aprile 2013)

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