Amianto

AmiantoC’è il libro che, dopo appena poche righe, ti sembra di aver già letto. È il libro di coloro che scrivono continuamente lo stesso libro, senza cambiare altro che il titolo. Poi c’è il libro che appena iniziato capisci che non lo finirai — a meno che non sia una motivazione pecuniaria o professionale a fartelo leggere. E poi c’è il libro che, dopo poche pagine, capisci che è il libro che avresti voluto, dovuto scrivere tu. Così è per Amianto, il libro scritto da Alberto Prunetti per tutte e tutti che noi che non siamo stati capaci di farlo prima di lui, per tutte le persone che hanno perso qualcuno a causa della maniera vigliacca e irresponsabile che spesso adotta chi mette il proprio meschino interesse davanti a ogni cosa o persona. Amianto è la storia di Renato, dell’operaio degli anni in cui avere un lavoro in fabbrica significava avere un salario che consentiva a te e alla tua famiglia un’esistenza dignitosa, ma si prendeva in cambio ben più che la forza-lavoro: si prendeva te e la tua salute, tenendoti imprigionato in quello stato di eccezione dove il padrone aveva, ed esercitava senza troppi scrupoli, il diritto di lasciarti vivere o di farti morire. L’abbiamo capito troppo tardi. Ma non è che ci sia molto da stare allegri nemmeno ora, come ci ricorda Prunetti:

Faccio un lavoro culturale e ho trentanove anni. Alla mia età mio padre operaio metalmeccanico sindacalizzato dalla Fiom si era già comprato la casa. Io, ‘lavoratore cognitivo precario’, arranco per pagare l’affitto. Altro che flessibilità: a forza di stare seduto a tradurre saggistica dall’inglese e dallo spagnolo per otto-dieci  ore in una postura innaturale mi sono ritrovato una protrusione discale con assottigliamento dei dischi vertebrali nella zona lombare. Le ginocchia scricchiolano per la troppa immobilità. E ho una tendinite quasi cronica che dalle mani mi risale fino ai gomiti, facendomi urlare di dolore anche mentre scrivo queste righe. (137)

Nomade della saldatura, refrattario alla reclusione in fabbrica, riuscito persino ad arruolarsi nell’illuso esercito della Partita IVA, Renato si trova però a girare sempre attorno all’amianto, che ne causerà infine la morte. In pagine che fanno montare senza freni la rabbia, Prunetti racconta l’assurda impresa di far registrare la storia lavorativa di Renato cosicché coloro che hanno sempre negato o si sono colpevolmente disinteressati delle condizioni in cui tutti i Renato di quel mondo hanno operato debbano smettere di fingere e ammettano le circostanze assassine e l’innaturalità della morte procurata. E tuttavia a nessuno è imposto di prendersi alcuna responsabilità, secondo la sentenza raccontata nell’opera l’amianto pare essersi trovato per caso nei luoghi di lavoro, pallottola vagante autoesplosa si direbbe.

Quando ‘I cari scomparsi entrano nel testo perché non possono più nuocere né parlare’, come afferma Michel De Certeau, a prender parola sono i ricordi, i ricordi che hanno un senso  diverso quando posti a illustrazione di quel mondo feroce a nostra insaputa. Gli aneddoti si presentano tanto simili a quelli di chi avrebbe voluto scrivere Amianto prima che ci pensasse Prunetti da spaventare quasi: dalle domeniche di calcio alle piaghe da decubito e alla terapia di morfina degli ultimi giorni, dall’auto-ironico falsoglorioso che farebbe morire quella a cui piacesse moscio alle canzoni di Nada. E poi Tex Willer, onnipresente tra la classe operaia di allora, uomo di legge a cavallo tra un mondo moderno accaparratore ed un mondo anomico antico da preservare, che sembra rappresentare quella frattura che non è possibile né saldare né aggiustare col metodo caro a Renato, a martellate (‘Boiadé, quelli martellano, so martellatori mica altro’, 134, dice Renato degli operai inglesi mai incontrati, protagonisti mitizzati dei trascorsi londinesi dell’autore), frattura che sta forse a dimostrare, nonostante il fascino di Aquila della Notte, che ‘Ci hanno solo preso per il culo, Maremma schifosa.’

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