Mitocrazia: appunti per una sinistra senza virgolette

mitocraziaYves Citton, docente di letteratura all’università di Grenoble ed editore e collaboratore di molte riviste politico-filosofiche, indaga in Mitocrazia l’immaginario del potere, le pratiche della narrazione e dello storytelling, e la scenarizzazione, concetto che prende forma dal pensiero e dalla scrittura di molte fonti, come vedremo. “L’ipotesi è che lo smarrimento attuale della ‘sinistra’ (quella ufficiale) abbia a che vedere con un blocco e con un deficit inerenti all’immaginario del potere che essa non è riuscita a rinnovare” (23), dice ad un certo punto Citton, e che il termine sinistra stia tra virgolette è un primo segnale di quella che, al termine della sua esposizione, l’autore ammetterà essere una goffa, caricaturale — ma efficace, dico io —  icasticizzazione della nebulosa in stato confusionale che si colloca, o vorrebbe collocarsi, nelle sue migliori espressioni, ufficialmente (e quasi disperatamente) a sinistra della destra becera attuale, in Francia, come in Italia e negli States.

Tutt’altro che spaventato dalla visione foucauldiana del potere che si infila in ogni intercapedine, Citton rilancia: “Come in La Boétie, è nei gesti compiuti quotidianamente dagli occhi, dalle bocche e dalle mani dei soggetti che si possono reperire le fonti infinitesimali e potenzialmente infinite del potere” (31), a ricordarci che dove c’è potere c’è anche la possibilità di veicolarlo. Seguendo Tarde, Foucault, Guattari, Deleuze e Lazzarato, Citton infatti afferma che “il potere non è qualcosa che si detenga, bensì piuttosto qualcosa della cui circolazione siamo costituiti.” (49) Sono dei flussi di desideri e di convinzioni a costituire il potere, secondo Tarde e Lazzarato, e Citton concorda: “Nel bricolage del modello che sto assemblando qui a partire da fonti eterogenee, mi prendo la libertà di considerare che la circolazione di quel succo che è la potenza della moltitudine segua in realtà le vie tracciate dalla circolazione dei flussi di desideri e di convinzioni descritti nella sezione precedente. La conquista della potenza che costituisce il potere non è in effetti possibile e spendibile se non nella misura in cui passa dalla intercettazione dei flussi di desideri e di convinzioni che circolano all’interno della moltitudine.” (61) È la moltitudine a permettere che il potere si esprima in certi modi, organizzi certi scenari, enfatizzi certe singolarità. Il potere, cioè, scenarizza e ci fa diventare parte del suo copione attraverso i nostri desideri e le nostre convinzioni. E questo accade perché sa raccontare storie in modo più efficace di altri. “Oltre a ciò che fa per catturare la nostra attenzione, un racconto costituisce un marchingegno per catturare i nostri desideri e le nostre convinzioni” (91). Che fare, allora? Creare storie che producano un’eterogenesi dei fini, come in Jacques le fataliste: Mme de La Pommeraye trama la sua vendetta, che però si volge in gran favore, contro l’ex-amante Marchese des Arcis, e così glossa Citton: “Le condotte e le contro-condotte individuali […] non si iscrivono solamente nel caos ontologico di una natura priva di fine ultimo, ma soprattutto si collocano nel contesto umano delle istituzioni collettive.” (115-121) Come in Diderot e Citton, anche nel contesto politico arendtiano, l’azione non può essere interamente prefigurata all’abbrivo, dato il concorso al suo compimento di una collettività.

Bisogna perciò interrompere la scenarizzazione messa in campo dal potere: “Le vittime e i colpevoli che quotidianamente mme de Pommerayeci propinano i telegiornali sono tutti, come ognuno di noi, meta-scenarizzati attraverso i contesti d’azione istituiti dalle legislazioni, dalle amministrazioni e dalle norma in vigore.” (122) Servono storie che si mettano negli ingranaggi della macchina, la interrompano e la facciano ripartire con una contro-narrazione: “Le macchine narrative sono il luogo della (ri)valorizzazione dei valori in nome dei quali pensiamo di condurre le condotte.” (145). Così “si può dire che raccontare delle storie contribuisce a scenarizzare le condotte future di coloro ai quali ci si rivolge.” 150

Citton guarda poi a James C. Scott e alla sua analisi infrapolitica, in cui al verbale pubblico (ciò che si dice di fronte a chiunque) l’autore oppone un verbale segreto, copioni che non coincidono mai. (157) Sembrerebbe che la “chiacchiera” di heideggeriana memoria (voci di corridoio, pettegolezzi, battute, rituali, eufemismi vari [per tacer dei social network]) abbia assunto una nuova immagine, e pur svolgendosi sotto gli occhi di tutti occulti in realtà chi la pronuncia attraverso mascheramenti retorici o false identità (158). Quando la separazione tra verbale pubblico e segreto si rompe, si hanno, dice Scott, i Saturnali del potere, “«i momenti di sfida e di aperto confronto che suscitano spesso, in risposta, una rapida repressione, oppure, in assenza di risposta, portano a una escalation di atti e parole sempre più temerari».” (158) In questo carnevale contemporaneo, a volte si riesce a contro-narrare, ad attirare i desideri altrui, a toglierli dall’influenza della scenarizzazione del potere che invece conduce spesso le danze.  “Un’istituzione non può funzionare se non nella misura in cui è sempre alimentata dai flussi di desideri e convinzioni (invidie, paure, speranze, odi) di coloro a cui si rivolge. A sua volta l’istituzione non può mobilitare questi flussi di desideri e di convinzioni se non riesce ad attirarli attraverso una storia desiderabile e credibile. Tali storie possono fondarsi sulla speranza […,] paura […]. Queste storie, che nascono sempre da un mito, si appoggiano spesso su un mix complesso di promesse e minacce, che spingono i nostri desideri e le nostre convinzioni verso un certo rispetto delle istituzioni in questione.” (159) Il potere, cioè, ci scenarizza e così facendo ci intimidisce. Citton poi ci avvisa: l’invito a “dire tutto” che proviene da media e social network, l’esortazione alla confessione in pubblico (a prescindere dalla veridicità o meno del racconto), può illudere rispetto alla libertà di espressione raggiunta: “La fragile frontiera che separa il verbale segreto da ciò che può essere pronunciato e ascoltato (in pubblico o a se stessi) costituisce in effetti la zona sensibile in cui le strategie di scenarizzazione hanno maggior peso nell’orientare il divenire delle società.” (162) Ma dire tutto in pubblico non è una forma di appropriazione di potere, bensì solo l’ultima forma predisposta dagli intermediari della scenarizzazione.

I Saturnali accadono non tanto perché ci sia un individuo che ne porta la voce (costui o costei c’è, e assurgerà ad eroe, certo), “ciò che provoca il ribaltamento è piuttosto la mitocrazia stessa, o meglio il potere del mito, inteso come una realtà collettiva costituita dalla convergenza del flusso di desideri e di credenze.” (164) Ecco perché “non sono le disuguaglianze di meta-scenarizzazione in sé ad essere nocive o minacciose, ma alcune direzioni verso cui esse ci spingono.” (171) Come nel famoso aneddoto in cui De Gasperi e Andreotti si recavano in chiesa, avendo interlocutori o fini diversi, così “Il problema che ci si pone nella narrazione è come raccontare una storia in modo efficace; il potere di scenarizzazione si chiede invece chi è coinvolto da ciò che si racconta” (176),

1105638Citton perciò suggerisce che Il “che fare” della sinistra “per combattere le disuguaglianze strutturali d’accesso che caratterizzano il potere di scenarizzazione” potrebbe passare da misure simili a quelle della regolazione del mercato, del fisco, della produzione interna e della regolazione delle importazioni, della ridistribuzione del gettito a realtà virtuose per indebolire monopoli e multinazionali, etc. (182) e la dittatura del Dato.

Ma per attirare i desideri e le convinzioni, per contro-scenarizzare, servono storie, miti. In una convincente fusione di Luther Blissett, Wu Ming,  e Jean-Luc Nancy, Citton scrive, a proposito della produzione del collettivo italiano Wu Ming: “Non appena si acconsente a interrompere il mito dello scrittore, come suggeriva Jean-Luc Nancy, «il mito comunica se stesso» con il suo movimento autonomo, attraverso la vicinanza e il contagio, secondo il modello dei Saturnali.” (204) Come in Erodoto, le storie raccontate da Wu Ming “prendono forma come ‘inchieste’, in cui la narrazione reinserisce la politica all’interno di una prospettiva etnografica, facendo così apparire la Storia come un cantiere in costruzione, incessantemente messo a soqquadro e reinventato, e non come una trafila di trionfi monumentalizzati.” (206)

Da dove partire, allora? “Anche se è presente in ogni processo di trasformazione sociale, al suo principio, nel vivo e come prospettiva, il rifiuto del dato (di fatto) appare oggi più che mai il luogo privilegiato in cui la ‘sinistra’ deve investire i propri sforzi.” (223) L’individuo che conta senza contare (cioè che dal basso della sua posizione sociale diventa portatore di un mito collettivo) e il mito che si oppone alla realtà dei dati, dello status quo sono i punti di partenza per interrompere e contro-scenarizzare il mito della Regina-Crescita, che sottomette tutto alla potenza del calcolo e del progresso: “Contro un mito che, spingendoci a crescere senza fine, tende in verità ad imprigionarci nella dimensione limitante del dato, il tizio qualunque invoca una mitocrazia che, attraverso le gioie del contagio, faccia germogliare nell’essere nuovi mondi del possibile preclusi alla ragione contabile.” (225)  E conclude: “Se c’è un nemico, va ricercato in certi modi di mettere in scena il gesto della risposta e dell’enunciazione.” Senza paura di guardare in faccia il futuro, Citton preconizza come dovrebbe essere la sinistra Saturnina, quella senza virgolette: “Mitocrati convinti, cominceranno col chieder(si) che cosa dovremmo diventare, prima di cercar di sapere in che modo possiamo arricchirci.” (237).

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