L’Armata dei Sonnambuli

 Venite pure avanti, voi con il naso corto,  

signori imbellettati, io più non vi sopporto

F. Guccini, Cyrano

È in libreria L’armata dei sonnambucover AdSli, ultima opera dei Wu Ming. Si comincia con il tentativo, fallimentare poiché molti dei cospiratori sono stati arrestati la notte precedente, di liberare Luigi XVI mentre va alla ghigliottina. Dei cinque presenti sul passaggio del corteo che ha per metà Madame Guillotine, due vengono linciati, ma tre, tra cui quello più pericoloso, si salvano. “Te lo si conta noi, com’è che andò.” (11) Forse a rimarcare che siamo al cospetto di una tragedia (ma non solo), Wu Ming introduce il personaggio del coro tipico della poesia greca, la voce (e la lingua) di chi rappresenta l’informe partecipante allo spettacolo quotidiano, lo spettatore che paga il biglietto per la recita della Rivoluzione sulla propria pelle, e non di tasca propria, attore non ingaggiato e nondimeno engagée, protagonista. Il Coro assiste al grande stravolgimento, quello che promette di livellare le differenze, brioches per tutti, mai più fame, ma “Dovevano cambiare molte cose, perché il passato avesse un futuro.” (25) E queste cose non cambiano, non a sufficienza. Non basta il magnetismo a disposizione di chiunque voglia acquisire la tecnica adeguata al suo utilizzo. Ci sono altre forze presenti in natura, altre volontà, le distorsioni, le interferenze, le passioni a complicare l’idillico quadro della superiorità del Bene sul Male, e Puységur dovrà accettare che la sua convinzione (“– È il bene che fa la differenza. Volere il bene e credere nel bene,” 148) venga messa a dura prova dal teatro degli eventi, dentro e fuori le piazze, dentro e fuori le istituzioni. Una di quest’ultime, Bîcetre, “microcosmo della nazione” (88), mise en abîme e perciò luogo privilegiato di osservazione di cosa accade dentro e fuori il racconto, da luogo di trattamento del delirio e della follia diventa palcoscenico, teatro, spettacolo del mondo e sul mondo. A mettere in scena la recita, ogni sorta di attori: folli, delusi dalla vita ma pronti a vendicarsene, amministratori inconsapevoli di chi stanno amministrando, direttori che non sanno di essere diretti. A Bicêtre i folli rappresentano la Convenzione, folli che mettono in scena le cronache e le sorti della Francia. Stultifera Navis. La Grande Parodia. Ma quanto più illusi sono costoro delle maschere della Convenzione che rappresentano? Quanto più inani? Quando si comincia a internare il dissenso e a bollarlo con etichette denigratorie, ci insegnano pensatori della alienazione francesi e italiani, tutto ci si può attendere tranne che il controllo e la pacificazione sociale. “La follia era cominciata. La crisi avrebbe avuto il suo corso. Sino ad allora, aveva ritenuto Bicêtre il luogo in cui si inverava la natura parodica dell’ordine rivoluzionario. Bicêtre somigliava al mondo esterno e la microcosmica rivoluzione di Pussin replicava quella macrocosmica di Danton e Marat. Ora, invece, era il mondo esterno a somigliare a Bicêtre.” (212) È la condizione di reversibilità messa in campo dal mise en abîme, un gioco infinito di specchi che tutto raddoppia, quadruplica, e così via. Nulla più sarà come prima, nulla più uguale a se stesso, nulla più univoco: non i luoghi, non le persone, nemmeno le maschere. Anche quelli che sembrano a prima vista aforismi celebrativi, perle di saggezza filosofica, si trasformano in lazzi di una mente sottile: «Un òmo de importansa se conosse dal codasso de mone che’l se tira drio» (325), dice Goldoni ad un giovane aspirante attore, che da grande reciterà il ruolo di Scaramouche “nel teatro vivente della rivoluzione” (331), con in testa il desiderio di decine di donne che fanno codazzo ad un grande uomo, come potrebbe diventar lui. Solo qualche tempo dopo, uno spiantato ambulante venditore di libri bergamasco s’incaricherà di staccargli il biglietto per il teatro del doppio:

“– Come sarebbe a dire?

– Sarebbe a dire che in veneziano mona vuol dire anche

idiota, imbecille, mentecatto…” (623)

Nel teatro della rivoluzione, a volte la rivoluzione si fa senza teatro: “Art. 4 dell’Atto Costituzionale del 24 giugno 1793: Art. 4. Ogni uomo nato e domiciliato in Francia, che abbia compiuto ventun anni di età; ogni straniero che abbia compiuto ventun anni e che, domiciliato in Francia da un anno, ci vive del proprio lavoro, oppure sposa una francese, o adotta un bambino, o nutre un vecchio; ogni straniero infine, che il corpo legislativo giudicherà aver ben meritato dall’umanità; è ammesso all’esercizio dei diritti di cittadino francese.” (353)vivelatrance Ma per condurre in porto la Stultifera Navis dei rivoluzionari un gesto, una serie di gesti, non sono sufficienti. Non basta lo Spirito di Marat, che si abbatte sulle teste dei monopolatori, degli approfitttori, degli affamatori del popolo per ragioni di bottega. Non basta una terapia che guarisca “tutti allo stesso modo, senza distinguere il nobile dal poveraccio” (473). Tuttavia, a debellare l’esercito dormiente del male, almeno per un po’, l’armata dei sonnambuli, potrebbe bastare una improbabile armata di straccioni (dopo quella di Valmy) umiliati e offesi, un medico magnetista tormentato da ferite riportate in una battaglia oltreoceano, una donna violentata da un uomo e dalla vita, costretta a combattere la sua rivoluzione contro la rivoluzione, a fianco di altre donne per non morire affamata, suo figlio adolescente, figlio della brutalità, un calzolaio-poliziotto di quartiere, ed un pagliaccio che a volte si trasforma in giustiziere, Scaramouche, l’Ammazzaincredibili. E nel mezzo del caos, scoprirsi a rimpiangere gli anni Ottanta (sì, ma quali?), “quando le cose erano piú semplici, comprensibili, alla nostra portata.” (742)

E qui mi taccio.

 

PS: Noi, L’Armata dei Sonnambuli la si presenta in quel di Pisogne (BS), il 20 giugno.

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