Yamunin, Diario di zona: una non-recensione

Filadelfia&friendsHo due o tre ricordi del Filadelfia. Settembre ’83, partita di Coppa Italia, cat. Primavera. Il primo è che quel campo sembra tanto lungo quanto largo, e se ci devi correre dentro per novanta minuti sono cazzi. Il secondo è  che quando sono entrato, visto che partivo dalla panchina quel giorno, ero incazzato come una biscia, pronto a vendicarmi sul primo, innocente tra l’altro, torinista a tiro. Palla alta al limite dell’area, ho pensato che fosse la mia occasione. Salto assieme al libero e gli rifilo una gomitata colossale in pieno petto. Lui, tale Argentesi che farà una discreta carriera in A e B, non ha fatto un plissè. Io, trenta giorni di doccia gessata per lussazione al gomito… Ovviamente, abbiamo anche perso.

Yamunin (Luigi Chiarella), invece, racconta altre piccole perle sullo stadio del Grande Torino nel suo riuscito eimages particolare Diario di zona, qualcosa che mi fa tornare al fascino giovanile che ha sempre esercitato su di me non il calcio, non la palla, ma l’odore dell’erba appena tagliata sul rettangolo agonistico, il “ciò che resta” su cui si affaccendava l’autore mentre stava in quei paraggi. Altre “cose che restano” sono cercate da Luigi, soprattutto segni che qualcosa come una Resistenza contro fantasmi (che non hanno smesso di ossessionare la realtà quotidiana) era accaduta, in una città, Torino, che era anche una frontiera civile e sociale. Resistenza che ora si è infossata, incerta o meno sull’essere ancora necessaria, in questo torbido e deprimente inizio di XXI secolo. Il Diario di Luigi colleziona voci, umori, emozioni. Nomi di chi non c’è più, ma non per questo dimenticati. Un testimone che si aggira con mezzi di fortuna, che scatta fotografie con la penna di una realtà in movimento discensionale, incapace di opporsi al pensiero dominante:

– E quanto costa l’acqua? – Di preciso non so, ma intorno a un euro al metro cubo. – Bastardi! – dice lui – È cara. – Certo – faccio io – invece pagare cinquanta centesimi a bottiglia al supermercato è poco. – Ah, già. (29)

Tra le molte canzoni citate da Luigi a chiusura delle sue giornate, vere e proprie soundtrack, forse ci starebbe bene anche Don’t stop believing.

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