Born Footballer

Pantofola d'oro«Alurö, egnet a jüga st’an kee o no?»[1] Non so cosa rispondere. Siamo tutti seduti all’aperto, all’esterno della famosa Pizzeria Ringo, la pizza qua è una meraviglia, la crosta bassa, annerita quella giusta misura, in cui il carbone l’olio e la pasta si mescolano e si sciolgono docili al primo delicato morso, in bocca. Sono sapori che non se ne vanno, incisi nella memoria della carne che premia tutte le prime volte, i primi sapori che tracciano la mappa dei nostri piaceri, ora et semper. È una sera di un luglio né più né meno caldo di altri, chi mi ha fatto quella domanda a tradimento è gentile e simpatico, ha appena concluso la sua fatica serale, gioca nella squadra a 6 assieme a mio zio, quello zio a cui forse più assomiglio e dal quale mi discosto di più (siamo così, noi, estremi che si congiungono, niente terra di mezzo), la Super Man. Quell’anno lo sponsor al torneo è la fabbrica di jeans del paesello dal nome iperpotente, la mia famiglia segue lo zio sui campi di tutta la provincia, dalla rurale, pre-razzista Adro sino alla collinare Odolo, l’urbana Lamarmora, e così via, altro torneo altro sponsor e a volte lo stesso. Non è la prima volta che mi fa quella domanda il combattente gentile, l’anno prima avevo rifiutato, terrorizzato dall’orco che vagava per il campo assalendo chiunque a colpi di fischi e urla, il terrore negli occhi dei malcapitati lo si vede anche senza volerlo, turbina nell’aria assieme alla polvere che si solleva dal campo sotto le folate del vento, bagna chi tocca come la pioggia d’autunno e primavera, fa sudare come il sole di agosto sotto il quale si sgobba in pre-campionato. Ma l’orco ha fatto carriera, come io faccia a saperlo non ricordo, ma so che non tormenterà più i giovani e gracili sgambettatori nel campo vicino a casa, quello in cui passo i sabati pomeriggi le domeniche mattine e pomeriggi a guardare altri rincorrere la palla, sudare, combattere assieme contro un esercito di altrettanto gracili, dinamici e impegnati sognatori. Accetto. L’anno prossimo giocherò, ad agosto diventerò un soldato di questa armata colorata e festante, liberata dal timore e tremore che incuteva l’orco di successo, che immagino sempre assatanato nelle sue persecuzioni di altri comici spaventati guerrieri, su campi altri.

Scoprirò, più tardi, che l’orco aveva allevato un discepolo promettente, feroce e implacabile come e più del maestro: il mio inquisitore. Piccolo.

[1] «Allora, vieni a giocare il prossimo anno, o no?»

  1. Franco

    Come si dice Rusty Plough in bresciano?
    Ma allora, vieni a giocare con i Rusty l’anno prossimo, o no?
    Portati pure le pantofola d’oro. Noi giochiamo con le scarpette di plastica made in China.
    Un abbraccio forte.
    Franco

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