Born Footballer, II

Badoglio«Tanto tra 5 minuti mi toglie». Corrado mi guarda stupito, senza aprire bocca mi chiede come possa leggere nel futuro così perentoriamente. Lui che cerca di incoraggiarmi appena usciti dagli spogliatoi, noi siamo quelli con i «piedi buoni» e dobbiamo risolvere la partita. Lo farà lui, dopo tre minuti, con una precisa punizione che il portiere del Piacenza non sarà svelto a sufficienza ad abbassarsi per respingere. Corrado non lo sa, ma io conosco il Tödesc da sempre, dalla prima volta che ha aperto la bocca in mia presenza, anzi da prima ancora, dalla prima volta che lo vidi. Una sapienza atavica, lombrosiana direi, se non mi vergognassi ad attribuire anche la minima credibilità a tanto screditata “teoria”. Il Tödesc riesce solo a tollerare quelli come me, quelli che stanno dalla sua parte per tradizione famigliare, biografia, storia personale ma non si comportano, non pensano come lui. Se non avessi solo 15 anni, se avessi letto qualche libro in più, se spendessi i miei pomeriggi e le mattine senza allenamenti ancora a scuola anziché nel capannone della fabbrica, forse saprei come definire filosoficamente quell’ostilità appena mascherata, quel disprezzo interclassista per chi come me non capisce quale sia, anzi quale debba essere, kantianamente, la mia posizione nei confronti del mondo, in questa società che ha ormai sconfitto la classe operaia di cui fanno parte i miei genitori, mio fratello, io. La nostra Caporetto è già accaduta, in questi primi anni ’80, e si appresta ad accadere anche per i colletti bianchi, e io non ho capito come reagire, pare, quando il mio personale Badoglio mi apostrofa. Se fossi istruito, saprei che questo personaggio della bassa mantovana è affetto dall’estremismo, malattia infantile dell’operaismo e non può guarirne, solo cercare di sopravvivere al suo mondo in sfacelo. Un figlio di operai che gioca da mezza punta, che usa la tecnica per prevalere sugli avversari anziché la brutalità, tradisce la sua classe, la sua missione, il suo malinteso – o forse no – sé. Non devo passarla liscia. Devo essere educato. Corrado è senza parole quando, avviandomi verso gli spogliatoi gli passo accanto, 5 minuti dopo l’inizio del secondo tempo, e gli sussurro: «ta l’ere dit».[1] Lo conosco bene ormai, il Tödesc.

[1] «Te l’avevo detto».

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