Categoria: Nos damnati sumus

La società in cui vivi

The chapter I am currently teaching in my third semester Italian class has a section titled “La società in cui vivi.” Today I found myself asking that question, sadly. For reasons unrelated to the point, this morning I contacted one of my former professors, and he sounded uncharacteristically aloof and disappointed in me. I was taken aback, yet I found his reaction perfectly understandable. Continua a leggere

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R.I.P. PD

19 aprile 2013It’s not a silly little moment,
It’s not the storm before the calm.
This is the deep and dying breath of
This love that we’ve been working on.

Can’t seem to hold you like I want to
So I can feel you in my arms.
Nobody’s gonna come and save you,
We pulled too many false alarms.

We’re going down,
And you can see it too.
We’re going down,
And you know that we’re doomed.
My dear,
We’re slow dancing in a burning room.

Nos damnati sumus

1.

— L’amico del fuoco aveva abbandonato presto lo studio delle parole antiche – disse al reduce che gli aveva rivolto alcune domande di circostanza – dopo essersi accorto che i libri sragionano e mentono come gli uomini e che i fatti su cui esse si prodigavano, non esistendo, non avevano bisogno di essere spiegati. Alle arcane formule aveva preferito leve, argani, puleggie, macchine, e soprattutto lo studio della macchina imperfetta che ci rende schiavi dei nostri organi, questo corpo che sale come il sole e poi rotola giù come una palla, fino a sparire dietro un orizzonte ancora oscuro ma che prima o poi, prevedeva Zenone, sarebbe stato rischiarato dalla fiamma del sapere.

Anni fa lasciai Wittenberg perché ero stufo di dispute teologiche e di dottori che mi spiegavano quello che leggevo, mentre fuori la Germania bruciava. Ed ora mi ritrovo ad ascoltarne uno, forse ubriaco, che avanza improvvide previsioni in una bettola dimenticata da ogni spirito!, rise l’uomo dai cento nomi. E prima della epifania sul nostro ultimo orizzonte, cosa ci attende, mago? L’egemonia di predoni come i Fugger?

— Il sorriso di Zenone, stavolta, si trasformò presto in una smorfia di disgustata consapevolezza.

Nos damnati sumus

Prologo

La nebbia copriva ogni cosa, come ogni inverno accadeva, dal tempo dei tempi, forse a causa del fiume o delle steppe attorno ad esso. Le locande offrivano l’unico rifugio praticabile ai viandanti intirizziti, ai fuggiaschi, ai soldati di ventura,  e a chiunque per qualunque ragione fosse in viaggio. Era una fortuna trovarne aperte, e rifornite, in quegli anni di rivolte e subbugli.

L’uomo si scaldava al fuoco già da qualche ora quando l’altro cliente entrò e venne presso il camino, certo a cercare di scuotersi di dosso l’umidità che flagellava le anime della Renania. E altro, forse. Sulla via per Strasburgo poche erano le opportunità di avere un tetto sopra la testa ed un fuoco caldo a cui confidare i propri pensieri e le proprie ansie, ed era strano che solo due avventori ne avessero approfittato, quella notte. Presagi di sventure e avversità avvenute ed avvenire, avrebbe vaticinato qualche astrologo.

— Sono venuto a portare il fuoco sulla terra: e che cosa voglio, se non che sia acceso? disse, allungando ancor di più le sue mani verso la fiamma il primo cliente.

— Luca, 12, 49, rispose il nuovo venuto.

— Chissà se il figlio dell’Uomo avesse in mente una sera come questa, mentre interrogava i suoi apostoli, disse il primo cliente.

— Ho il sospetto di no. Credo, piuttosto, che pensasse a sere come quelle accadute a Frankenhausen.

— Cosa sai di quel macello? chiese sbalordito e guardingo il primo cliente.

— Molto.

— Anch’io, credo. Le voci corrono, non avevo mai sentito una roba così, disse. E del profeta, Müntzer mi pare si chiamasse, sai qualcosa?

— Sì. Io c’ero. Ho visto che lo portavano via, sul carro ancora lo sentivo urlare «Omnia sunt communia!»

Zenone nascose a fatica un sorriso.