Categoria: Travagliato anni sessanta

Travagliato anni Settanta

4.

Il Bar Vittorio: vi si incontravano gli amici di papà, li si vedeva organizzare il torneo notturno estivo di calcio a 6, che schierava il fior fiore delle glorie calcistiche della zona, e non eran mica le fighette di oggi, tutte laccetto, scarpina, codino e gadget vari. A quei tempi — e  un po’ anche ai miei — si giocava con i calzettoni alla Sivori, irridendo gli ‘armadi’ incapaci a calcio ma espertissimi a calci, saltati con tunnel finte e salti, ché le entrate da dietro erano ancora tollerate e schivarle era un’arte, mentre chiamare l’arbitro ad ogni contatto era da “abatini” (Brera docet).

Al Bar Vittorio ci si compravano i primi gelati, si guardavano le prime partite a biliardo, si leggeva la Gazzetta.

Vi si ritornò da adulti (si fa per dire), l’onusto locale ormai al tramonto, per intasarne il lavello a colpi di cibo ingerito, digerito, e etilicamente risputato nei tardi anni ’90. Provincial-epica paura e delirio a Travagliato.

Travagliato anni sessanta

3.

Tivoli Music Hall: mito, luogo di favole sonore e visive che a volte si realizzavano, e che sono perfino riuscito a far assaporare all’amico russo A. Luogo anche d’incontri, alcuni dei quali dilatati nel tempo (“Sei di Travagliato? Io andavo al Tivoli, anni fa… Erano i Jethro Tull? O i Pink Floyd?” mi ha chiesto un rispettabile scholar solo alcuni mesi fa, incontrato a T… per una conferenza), e di scontri (nel periodo di mezzo: la fine, ingloriosa quanto inattesa, avviene negli anni Zero, secolo XXI). A 3/4 anni vi ho assistito ad una scena da… well, da fine anni ’60, con tanto di mito Beatles etc… Il far West, la Woodstock indoor nella culobianca Brescia. Immaginate la versione singola dei Beatles che viene ad esibirsi nella provincia ricca e buzzurra, quando tutti i ricchi erano buzzurri (meh, magari solo il 99%). Alla fine dello show, sudato come solo una pop/rockstar al termine della sua esibizione può essere, rientra tra le quinte e, ad attenderlo, una mandria di allupate signore bene – ma pur sempre, forse, così mi pare tutt’oggi, buzzurre – alla ricerca di un trofeo di caccia: un bacio, uno sfruscio, un lembo di camicia, le becche della camicia… rosa? Possibile? Io credo che la mia psiche ancora abbia a dover gestire quella scena di assatanata violenza, nascosta da qualche parte tra buio e oblio. E il buon Massimo ne uscì quasi indenne, a cantare per molti altri anni. Ma fu, come queste sgangherate righe vorrebbero confermare, indimenticabile. Come un mazzo di rose rosse per te.