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Resultanze in merito alle aspettative di un candidato in italianistica

Sono arrivato a Berkeley alla fine luglio del 2003, per iniziare il mio Ph.D. nella prestigiosa Università della California. Ero in borsa di studio, quel primo, anno, dunque mi pagavano – non molto, ma era uno stipendio sufficiente per vivere qui – solo per andare a lezione: cosa inaudita, dalle nostre (italiane) parti. La biblioteca apriva alle 9 di mattina, io arrivavo con calma, verso le 8:30, entravo al Free Speech Movement Cafè, prendevo un croissant e un espresso (terribile, come lo è tutt’ora), e mi mettevo fuori sul terrazzo, per una decina di minuti. Facevo due cose, principalmente: basking in the glow and relax. Mi ripetevo come ero fortunato, nonostante tutte le scelte che avevo fatto in passato, ad avere questa opportunità, e mi godevo il panorama del campus vuoto, addormentato, che si stiracchiava prima di iniziare la propria formicolante giornata. Pensavo sarei diventato un accademico, non molti anni dopo. Oggi, circa nove anni sono passati, e non ne sono affatto sicuro, anzi, ogni giorno sembra negare un po’ di più le aspettative di quel mv più inesperto e irrealisticamente, parrebbe,  fiducioso nel sol dell’avvenire. Continua a leggere

Due incontri con Fredric Jameson

 “Tutto quanto sappiamo riguardo al realismo risulta sempre essere qualcosa di diverso dal realismo” dice con la consueta pacata ironia Fredric Jameson, mentre a tutti scappa da ridere, in un seminario dedicato alla discussione di un’anticipazione del suo prossimo libro, The Antinomies of Realism. Il realismo si basa sulla propria sconfitta, dice ancora, vorrebbe essere un concetto estetico dopo esser stato elemento epistemologico, e le cose non si conciliano. Perciò non va considerato come un fenomeno in sé, bensì si tratta di un pericoloso ed instabile compromesso tra due distinti e antitetici impulsi: il destino e l’eterno presente. All’intersezione di questi due termini sta il realismo dice Jameson (e a me scappa da ridere pensando a certi volumi collettanei usciti dall’accademia italiana pochi anni fa…). In tutto questo l’esperienza è diventata il luogo della contingenza, scrive nel suo estratto Jameson, tanto che se sembra aver qualche significato subito ci insospettiamo riguardo alla sua autenticità: ironico, no, come il realismo autentico ci dovrebbe insospettire? La demolizione di alcuni concetti fondamentali della recente teoria critica vede forse il suo culmine quando Jameson, durante la sessione di domande, afferma che soggetto e soggettività sono, a suo modo di vedere, solo ideologie, che hanno ormai perso ogni utilità per comprendere cosa succede oggi. Per dirla con il Grande Gatsby, ci sono solo eventi, né personaggi né narratori. Dopo aver detto di volersi fermare ed osservare ciò che succede nello spazio, qualcuno tra il pubblico ribatte che ne è stato del celeberrimo “Historicize, always!” con cui si apre il suo Political Inconscious e lui, con la disinvoltura permessa a coloro che hanno scritto molto e pensato di più, dice che è una domanda imbarazzante, ma che non se ne preoccuperà per il momento, perché ha altro a cui pensare. Gli pare, in ogni caso, di essere ancora lì a storicizzare… E termina con una citazione – alla sua maniera, cioè priva di riferimenti bibliografici… – da Deleuze: né speranza né disperazione, ma nuove armi!

Ancora: che fare?

Nel giorno in cui il segretario del maggiore partito di centro sinistra rivela tutta la sua ingenuità e, dunque, inadeguatezza al ruolo (qua ci vorrebbero i santi scapaccioni del Carducci, per dirla col grande Dionisotti), provo a raccogliere alcune idee, perché pensare solo che è disarmante, frustrante, questa situazione non basta più. Serve tornare a produrre pensiero, anche se solo manifestando il proprio disappunto sul proprio piccolo blog (questo posso, oggi). Qualche giorno fa ho linkato un post che parlava di pratiche di ordinaria resistenza, post che metteva il dito sulla piaga della “scarsa credibilità delle leadership della sinistra non tanto come causa, quanto essenzialmente come esito e riflesso di una trasformazione che chiama in causa il tipo di uomini e di donne che siamo, noi tutti, diventati;” gli autori lamentavano, in quel post, “la polarizzazione del dibattito filosofico politico fra un normativismo senza coscienza […] e una diagnostica senza speranza.” Sperare è azione detestabile, ci ha insegnato Monicelli. E, aggiungo io, cominciamo anche a sbarazzarci dei senza, di tutti quelli che ci vengono in mente, oggi molto fashionable e poco più. Anche gli slogan andrebbero banditi, perché accorciano il pensiero. Sporcarsi le mani, questo mi pare un ottimo consiglio fornito dagli autori del post, Mirko Alagna ed Andrea Erizi, ma soprattutto interessante trovo il consiglio di scombussolare “la geografia delle appartenenze” e “reagire all’attuale fenomeno di dispersione e divaricazione dell’esistente”. Come? Cercare tratti comuni, dicono Alagna-Erizi. E qua l’esperienza del movimento Occupy a me sembra fondamentale. Se c’è un tratto che pare difficile da sminuire o sottovalutare, è l’efficacia dello slogan “we are the 99%”. Io credo sia geniale. Non importa da dove vieni, che lavoro fai, qual è il tuo titolo di studio, la tua professione, il tuo orientamento sessuale, la tua condizione fisica, l’età o il genere: se non sei super ricco, l’1% ti sta opprimendo, sfruttando, limitando la tua libertà. Porsi come obiettivo il miglioramento delle condizioni oggettive della vita del 99%: un programma rivoluzionario. Come perseguirlo: mettere in pratica l’insegnamento di sentirsi “indegni di parlare per gli altri” (Foucault-Deleuze), e operare affinché gli altri e le altre possano parlare di sé, onde evitare un “orientalismo della resistenza.” Bisogna riprendere la parola, e usare tutto il suo potere performativo: “prendere la parola […], forzare la rete dell’informazione istituzionale, nominare, dire chi ha fatto cosa, indicare il bersaglio, è un primo rovesciamento del potere […]. Se discorsi come quelli per esempio dei detenuti o dei medici di prigione sono lotte, è perché confiscano almeno per un istante il potere di parlare della prigione, oggi occupato dalla sola amministrazione e dai suoi compari riformatori.” (Microfisica del potere, 115). Parlare, fare nomi, aiutare a prendere la parola: altrimenti parleranno solo i cialtroni e gli oppressori, e la parte riservata a noialtri si chiamerà connivenza.