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Selling and Buying

A Berkeley, il 9 febbraio Nicholas Purcell, autore con Peregrine Horden del celeberrimo The Corrupting Sea, tiene la prima delle sue sei Sather Classical Lectures. Siamo nella Wheeler Hall, famosa anche perché vi teneva i suoi corsi Michel Foucault. Il titolo è intrigante, in un modo poco immediatamente spiegabile: “On the Strangeness of Buying and Selling.” La stranezza del titolo viene affrontata solo alla fine della sua conferenza dallo storico di Oxford in visita nella Bay Area per questo semestre: compratori e venditori sono diversi tra loro, e questa differenza non viene mai meno, dice. Il mercato, e qua sta il fascino del suo argomento, è tutt’altro che retto da convinzioni e criteri egualitari, democraticheggianti: “Reciprocity is always mythical,” spiega, alla faccia di tutti i sostenitori dell’assioma dell’autoregolazione del mercato (fallacia mai abbastanza rigettata). Quello che il mercato produce, ciò su cui si fonda, e ciò che lo rende possibile, continua, non è affatto eguaglianza: questa, infatti, è essa stessa una “merce” venduta dagli ideologi di mestiere, cioè da coloro che sono pagati per convincere l’audience. Per rendere chiaro sin da subito cosa intende con la endiadi comprare e vendere, Purcell propone un esempio piuttosto inconsueto, e che certo i profeti di ogni mercato egualitario non accennano nemmeno per scherzo: la cessione di Gesù da parte di Giuda, per trenta denari. Comprare e vendere sono secondo Purcell attività sovraccariche di significati, e per noi che viviamo nei secoli del capitale non occorre aggiungere ulteriori dettagli. Ma fa una certa impressione sentire uno storico della cultura classica affermare cose del tipo: “Sale is about bringing about a new order, […] and the potentially violent abrogation of an old order,” e poi finire, quasi foucauldianamente, dicendo che i mercati sono sempre connessi alle strutture di potere, sin dall’antichità. L’ossequioso silenzio della sala e l’applauso sostenuto e convinto al termine sono eloquenti, e forse alimentati anche dalla consapevolezza di essere nel pieno di una diseguale compravendita gestita da una cricca di soggetti tutt’altro che rassicuranti.

Ancora: che fare?

Nel giorno in cui il segretario del maggiore partito di centro sinistra rivela tutta la sua ingenuità e, dunque, inadeguatezza al ruolo (qua ci vorrebbero i santi scapaccioni del Carducci, per dirla col grande Dionisotti), provo a raccogliere alcune idee, perché pensare solo che è disarmante, frustrante, questa situazione non basta più. Serve tornare a produrre pensiero, anche se solo manifestando il proprio disappunto sul proprio piccolo blog (questo posso, oggi). Qualche giorno fa ho linkato un post che parlava di pratiche di ordinaria resistenza, post che metteva il dito sulla piaga della “scarsa credibilità delle leadership della sinistra non tanto come causa, quanto essenzialmente come esito e riflesso di una trasformazione che chiama in causa il tipo di uomini e di donne che siamo, noi tutti, diventati;” gli autori lamentavano, in quel post, “la polarizzazione del dibattito filosofico politico fra un normativismo senza coscienza […] e una diagnostica senza speranza.” Sperare è azione detestabile, ci ha insegnato Monicelli. E, aggiungo io, cominciamo anche a sbarazzarci dei senza, di tutti quelli che ci vengono in mente, oggi molto fashionable e poco più. Anche gli slogan andrebbero banditi, perché accorciano il pensiero. Sporcarsi le mani, questo mi pare un ottimo consiglio fornito dagli autori del post, Mirko Alagna ed Andrea Erizi, ma soprattutto interessante trovo il consiglio di scombussolare “la geografia delle appartenenze” e “reagire all’attuale fenomeno di dispersione e divaricazione dell’esistente”. Come? Cercare tratti comuni, dicono Alagna-Erizi. E qua l’esperienza del movimento Occupy a me sembra fondamentale. Se c’è un tratto che pare difficile da sminuire o sottovalutare, è l’efficacia dello slogan “we are the 99%”. Io credo sia geniale. Non importa da dove vieni, che lavoro fai, qual è il tuo titolo di studio, la tua professione, il tuo orientamento sessuale, la tua condizione fisica, l’età o il genere: se non sei super ricco, l’1% ti sta opprimendo, sfruttando, limitando la tua libertà. Porsi come obiettivo il miglioramento delle condizioni oggettive della vita del 99%: un programma rivoluzionario. Come perseguirlo: mettere in pratica l’insegnamento di sentirsi “indegni di parlare per gli altri” (Foucault-Deleuze), e operare affinché gli altri e le altre possano parlare di sé, onde evitare un “orientalismo della resistenza.” Bisogna riprendere la parola, e usare tutto il suo potere performativo: “prendere la parola […], forzare la rete dell’informazione istituzionale, nominare, dire chi ha fatto cosa, indicare il bersaglio, è un primo rovesciamento del potere […]. Se discorsi come quelli per esempio dei detenuti o dei medici di prigione sono lotte, è perché confiscano almeno per un istante il potere di parlare della prigione, oggi occupato dalla sola amministrazione e dai suoi compari riformatori.” (Microfisica del potere, 115). Parlare, fare nomi, aiutare a prendere la parola: altrimenti parleranno solo i cialtroni e gli oppressori, e la parte riservata a noialtri si chiamerà connivenza.