Etichettato: ideologia

Due incontri con Fredric Jameson

 “Tutto quanto sappiamo riguardo al realismo risulta sempre essere qualcosa di diverso dal realismo” dice con la consueta pacata ironia Fredric Jameson, mentre a tutti scappa da ridere, in un seminario dedicato alla discussione di un’anticipazione del suo prossimo libro, The Antinomies of Realism. Il realismo si basa sulla propria sconfitta, dice ancora, vorrebbe essere un concetto estetico dopo esser stato elemento epistemologico, e le cose non si conciliano. Perciò non va considerato come un fenomeno in sé, bensì si tratta di un pericoloso ed instabile compromesso tra due distinti e antitetici impulsi: il destino e l’eterno presente. All’intersezione di questi due termini sta il realismo dice Jameson (e a me scappa da ridere pensando a certi volumi collettanei usciti dall’accademia italiana pochi anni fa…). In tutto questo l’esperienza è diventata il luogo della contingenza, scrive nel suo estratto Jameson, tanto che se sembra aver qualche significato subito ci insospettiamo riguardo alla sua autenticità: ironico, no, come il realismo autentico ci dovrebbe insospettire? La demolizione di alcuni concetti fondamentali della recente teoria critica vede forse il suo culmine quando Jameson, durante la sessione di domande, afferma che soggetto e soggettività sono, a suo modo di vedere, solo ideologie, che hanno ormai perso ogni utilità per comprendere cosa succede oggi. Per dirla con il Grande Gatsby, ci sono solo eventi, né personaggi né narratori. Dopo aver detto di volersi fermare ed osservare ciò che succede nello spazio, qualcuno tra il pubblico ribatte che ne è stato del celeberrimo “Historicize, always!” con cui si apre il suo Political Inconscious e lui, con la disinvoltura permessa a coloro che hanno scritto molto e pensato di più, dice che è una domanda imbarazzante, ma che non se ne preoccuperà per il momento, perché ha altro a cui pensare. Gli pare, in ogni caso, di essere ancora lì a storicizzare… E termina con una citazione – alla sua maniera, cioè priva di riferimenti bibliografici… – da Deleuze: né speranza né disperazione, ma nuove armi!

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Selling and Buying

A Berkeley, il 9 febbraio Nicholas Purcell, autore con Peregrine Horden del celeberrimo The Corrupting Sea, tiene la prima delle sue sei Sather Classical Lectures. Siamo nella Wheeler Hall, famosa anche perché vi teneva i suoi corsi Michel Foucault. Il titolo è intrigante, in un modo poco immediatamente spiegabile: “On the Strangeness of Buying and Selling.” La stranezza del titolo viene affrontata solo alla fine della sua conferenza dallo storico di Oxford in visita nella Bay Area per questo semestre: compratori e venditori sono diversi tra loro, e questa differenza non viene mai meno, dice. Il mercato, e qua sta il fascino del suo argomento, è tutt’altro che retto da convinzioni e criteri egualitari, democraticheggianti: “Reciprocity is always mythical,” spiega, alla faccia di tutti i sostenitori dell’assioma dell’autoregolazione del mercato (fallacia mai abbastanza rigettata). Quello che il mercato produce, ciò su cui si fonda, e ciò che lo rende possibile, continua, non è affatto eguaglianza: questa, infatti, è essa stessa una “merce” venduta dagli ideologi di mestiere, cioè da coloro che sono pagati per convincere l’audience. Per rendere chiaro sin da subito cosa intende con la endiadi comprare e vendere, Purcell propone un esempio piuttosto inconsueto, e che certo i profeti di ogni mercato egualitario non accennano nemmeno per scherzo: la cessione di Gesù da parte di Giuda, per trenta denari. Comprare e vendere sono secondo Purcell attività sovraccariche di significati, e per noi che viviamo nei secoli del capitale non occorre aggiungere ulteriori dettagli. Ma fa una certa impressione sentire uno storico della cultura classica affermare cose del tipo: “Sale is about bringing about a new order, […] and the potentially violent abrogation of an old order,” e poi finire, quasi foucauldianamente, dicendo che i mercati sono sempre connessi alle strutture di potere, sin dall’antichità. L’ossequioso silenzio della sala e l’applauso sostenuto e convinto al termine sono eloquenti, e forse alimentati anche dalla consapevolezza di essere nel pieno di una diseguale compravendita gestita da una cricca di soggetti tutt’altro che rassicuranti.