Etichettato: Pratiche di resistenza

Ancora: che fare?

Nel giorno in cui il segretario del maggiore partito di centro sinistra rivela tutta la sua ingenuità e, dunque, inadeguatezza al ruolo (qua ci vorrebbero i santi scapaccioni del Carducci, per dirla col grande Dionisotti), provo a raccogliere alcune idee, perché pensare solo che è disarmante, frustrante, questa situazione non basta più. Serve tornare a produrre pensiero, anche se solo manifestando il proprio disappunto sul proprio piccolo blog (questo posso, oggi). Qualche giorno fa ho linkato un post che parlava di pratiche di ordinaria resistenza, post che metteva il dito sulla piaga della “scarsa credibilità delle leadership della sinistra non tanto come causa, quanto essenzialmente come esito e riflesso di una trasformazione che chiama in causa il tipo di uomini e di donne che siamo, noi tutti, diventati;” gli autori lamentavano, in quel post, “la polarizzazione del dibattito filosofico politico fra un normativismo senza coscienza […] e una diagnostica senza speranza.” Sperare è azione detestabile, ci ha insegnato Monicelli. E, aggiungo io, cominciamo anche a sbarazzarci dei senza, di tutti quelli che ci vengono in mente, oggi molto fashionable e poco più. Anche gli slogan andrebbero banditi, perché accorciano il pensiero. Sporcarsi le mani, questo mi pare un ottimo consiglio fornito dagli autori del post, Mirko Alagna ed Andrea Erizi, ma soprattutto interessante trovo il consiglio di scombussolare “la geografia delle appartenenze” e “reagire all’attuale fenomeno di dispersione e divaricazione dell’esistente”. Come? Cercare tratti comuni, dicono Alagna-Erizi. E qua l’esperienza del movimento Occupy a me sembra fondamentale. Se c’è un tratto che pare difficile da sminuire o sottovalutare, è l’efficacia dello slogan “we are the 99%”. Io credo sia geniale. Non importa da dove vieni, che lavoro fai, qual è il tuo titolo di studio, la tua professione, il tuo orientamento sessuale, la tua condizione fisica, l’età o il genere: se non sei super ricco, l’1% ti sta opprimendo, sfruttando, limitando la tua libertà. Porsi come obiettivo il miglioramento delle condizioni oggettive della vita del 99%: un programma rivoluzionario. Come perseguirlo: mettere in pratica l’insegnamento di sentirsi “indegni di parlare per gli altri” (Foucault-Deleuze), e operare affinché gli altri e le altre possano parlare di sé, onde evitare un “orientalismo della resistenza.” Bisogna riprendere la parola, e usare tutto il suo potere performativo: “prendere la parola […], forzare la rete dell’informazione istituzionale, nominare, dire chi ha fatto cosa, indicare il bersaglio, è un primo rovesciamento del potere […]. Se discorsi come quelli per esempio dei detenuti o dei medici di prigione sono lotte, è perché confiscano almeno per un istante il potere di parlare della prigione, oggi occupato dalla sola amministrazione e dai suoi compari riformatori.” (Microfisica del potere, 115). Parlare, fare nomi, aiutare a prendere la parola: altrimenti parleranno solo i cialtroni e gli oppressori, e la parte riservata a noialtri si chiamerà connivenza.

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